forse cominciamo ad arrivarci, qualche giorno fa aveva detto, fra il vero e lo scherzo, che rivedendo il suo percorso politico potrebbe definirsi socialista. Senza tuttavia chiarire quale delle tante sfumature che storicamente ha compreso.

adesso forse da La Stampa, che riprende parti di un più ponderoso proclama, ecco parole che forse preludono a un passaggio importante: l’abbandono o, meglio, il superamento persino di Bad Godesberg.

nè verso l’ultrasinistra alla tedesca, nè verso il centrismo. Se posso capire, o voglio solo semplicemente sperarlo, attravverso una analisi delle società moderne in modo da poter costruire qualcosa che limiti gli strapoteri, che consenta sviluppo produttivo e difesa dell’ambiente, e soprattutto dia alle categorie più deboli gli strumenti per difendersi e progredire.

in modo confuso qualcosa del genere nel mio piccolo lo sostengo nei commenti che qua e là mi viene di riportare.

purtroppo, o forse per fortuna, i simboli sono importanti per aggregare ma non c’è più nulla di ripetibile in una società che in pochi anni ha ribaltato concetti e valori e anzichè rimescolarci parlando fra noi, tutti destri e sinistri, ha cercato, e cerca, di attutire i problemi rinchiudendo ognuno di noi in circoli e circoletti blindati, isolati, fortificati attraverso parole d’ordine spigolose infiammate grondanti livore e astio.

Ci vuole una forza progressista europea che abbia il coraggio di rimettersi in gioco, che apra le vele per cogliere il vento del cambiamento internazionale, voltando pagina rispetto alle timidezze e al profilo basso degli ultimi anni. Si capisce che proprio in Europa il crollo del comunismo, il progressivo logoramento del compromesso socialdemocratico e la cosiddetta caduta delle ideologie (non di tutte, in realtà, se si pensa a quanto «ideologica» è stata l’egemonia neoliberista) hanno pesato su una sinistra rimasta prigioniera del suo disincanto e timorosa di andare al di là di un pragmatismo ispirato al buon senso, alla razionalità economica e alla coesione sociale. Ma è – io credo – anche per questo che una sinistra così priva di identità è apparsa disarmata di fronte al populismo sanguigno della destra. Il problema è che la destra risponde, a modo suo, a un bisogno di identità e di speranza con il riferimento alla terra, al sangue, alle radici religiose della nostra civiltà che, per quanto prospettato in termini distorti e regressivi, appare un ancoraggio robusto rispetto all’incertezza e allo smarrimento del mondo globalizzato.

Non sembra oggi che la cultura socialdemocratica sia in grado di rispondere al bisogno dei progressisti di dotarsi di una visione del futuro capace di suscitare partecipazione e speranze. Insomma, la socialdemocrazia con i suoi ideali e la sua visione della società non sembra in grado di produrre una «grande narrazione» come fu nel passato. Quella esperienza rimane irrimediabilmente racchiusa in un’altra epoca, legata a una struttura delle società europee, ad una organizzazione del lavoro, ad una composizione sociale che non esistono più. Ma la via d’uscita non è nell’idea di un centrosinistra post-identitario. Né soltanto nel far precedere i discorsi politici da un elenco di grandi valori o dalla evocazione di buoni sentimenti. La sfida appare quella di costruire una nuova identità forte legata ai bisogni sociali, alle contraddizioni e alle attese del tempo in cui viviamo. Questo segna un superamento del passato socialdemocratico, che non è un ripudio, ma capacità di ricollocarne gli elementi vitali in un contesto nuovo, in un nuovo paradigma. Indicando nella democrazia, nell’eguaglianza e nella cultura dell’innovazione le idee-forza per una risposta progressista alla crisi ho cercato di definire non soltanto i titoli di un programma, ma anche le coordinate di un progetto. Se è così, chiamare democratico il nuovo partito dei progressisti è certamente un buon punto di partenza. Ma se il problema è quello di legare a questo nome un’identità e un progetto forti – come pare necessario – allora vuol dire che c’è ancora molto da lavorare. Se però guardiamo al mondo che ci circonda e ai grandi cambiamenti che sono in atto, credo che ci sia ragione di essere ottimisti.

D’ALEMA