anzi l’immediato futuro, nell’attesa dello tsumani di fango che verrà sparato addosso a noi perchè manteniamo le posizioni, senza arretrare, senza deflettere, quasi una logorante guerra di trincea, per cui meglio l’assalto alla baionetta anzichè il lungo quotidiano combattimento con cimici, pulci e pidocchi.

E le pressioni sulla Corte Costituzionale, che da oggi – è certo – aumenteranno: essendo rimasto nelle mani di quei quindici giudici il diabolico cerino del contestato lodo Alfano.
Dunque, libera informazione, Quirinale e Corte Costituzionale: contemporaneamente sotto violentissimo tiro incrociato. Poteri o organi dello Stato la cui funzione, fondamentalmente, è ergersi a garanzia che leggi ed etica pubblica siano rispettate.

Non può essere un caso che al centro degli attacchi più aspri oggi siano capisaldi democratici il cui profilo dovrebbe essere la neutralità rispetto alle contese in atto. E infatti, probabilmente, non lo è: probabilmente, anzi, quel che è sotto gli occhi di tutti è l’ennesimo frutto marcio del cosiddetto bipolarismo all’italiana.

Quando la partita si fa così cattiva
Del resto, non c’è da sorprendersi del fatto che, quando la politica e addirittura la civile convivenza vengono ridotte a una brutale sfida a due (due leader, due sistemi di valori, due idee del mondo, contrapposte e senza sfumature), ecco, quando la partita si fa così cattiva, non può meravigliare che nemmeno a chi dovrebbe esser neutrale e terzo sia permesso di esser tale: né a chi racconta o assiste alla contesa (l’informazione e il suo pubblico); né a chi è chiamato a fare da arbitro (il Quirinale); e nemmeno al guardalinee, in questo caso – appunto – la Corte Costituzionale. Quando si passa dalle parole ai pugni, la pretesa dei contendenti è che si stia o di qua o di là. E intendiamo entrambi i contendenti: perché se è vero che è stato Berlusconi a definire farabutti i giornalisti, è pur vero che è stato Di Pietro a dare del vigliacco al Capo dello Stato.

È certamente una vergogna. Ma con l’annunciata Apocalisse che sta per abbattersi sulla Corte – qualunque sarà il suo verdetto – non è nemmeno detto che il peggio si sia già visto. Del resto, fino ancora a qualche mese fa, davvero si pensava che il fondo fosse stato toccato: poi sono arrivate le escort e le minorenni, e chi credeva che non fosse possibile di peggio si è dovuto ricredere suo malgrado. Quel che dovrebbe preoccupare, adesso, è che – data la violenza dell’escalation – non si riesca più nemmeno a capire come e quando potrebbe giungere la fine. Si va avanti tra gli insulti a fari spenti, giorno per giorno, pronti a veder succedere di tutto.

Verso una situazione fuori controllo
E cosa potrebbe accadere ancora, adesso?

Cosa potrebbe avvenire se l’Alta Corte dovesse bocciare il lodo Alfano? Precipiteremmo davvero verso elezioni anticipate? Vedremo mezza Corte – o magari tutt’intera – dimettersi di fronte alle accuse che le verranno mosse? I quindici giudici diverranno d’un colpo mafiosi o «toghe rosse», a seconda del giudizio che emetteranno? Fino a non molto tempo fa, queste sarebbero state solo ipotesi di fantasia: oggi rischiano di diventare il segno che si precipita verso una situazione fuori controllo.

Il dibattito, e perfino la civile convivenza, degradano giorno dopo giorno. Ma se la faccenda finisce davvero per essere che l’Italia, d’un tratto, s’è trasformata in un «regime», nel quale il Capo dello Stato è uno zimbello, il premier un dittatore, l’Alta Corte corrotta e stampa e tv asservite a questo o a quello, ecco, se si radica nel Paese l’idea che l’Italia sia davvero così, la frittata è fatta: il danno sarebbe enorme negli anni, e lungo e faticoso da recuperare.

Questa, purtroppo, è la direzione. E di fronte a questa irresponsabile escalation, purtroppo, già non basta più evocare lo stile che la politica aveva negli Anni 50 e 60: al punto in cui si è, ci si accontenterebbe perfino del più modesto realismo (a volte cinico) che i partiti furono in grado di mostrare in alcuni drammatici momenti degli Anni 70-80. Oggi basterebbe già quello.

Ma certo resterebbe una domanda: e cioè, che comunità è – e da quale destino è attesa – quella comunità costretta a cercare ragioni di speranza e di ottimismo nel suo passato, piuttosto che nel futuro o nel presente?