come noto il Kapo si è pubblicamente lamentato del Corriere della Sera al solito modo, dicendo che era di sinistra. Frase oramai scontata e a cui in privato, quando non sente il Komitato di Redazione, probabilmente sarà attribuito ancora alla gestione Paolo Mieli.

Già il De Bortoli aveva controbilanciato una manovra del tipo chiesastico: promoveator ut amoveator! La poltrona di direttore del Corriere è un obiettivo prestigioso e fa referenza nel piccolo mondo imprenditoriale italiano esserne lo sponsor. Per questo De Bortoli andava a presiedere la RAI e così la poltrona del Corriere si liberava.

ma ve lo immaginate un Feltri alla direzione del Corriere? Quel Corriere che fu di tanti, e Scalfari ricorda oggi uno degli storici direttori che visse un periodo non poi così diverso da quel che si vuol far accadere oggi.

Ricordo, a titolo di rievocazione storica, che Luigi Albertini incoraggiò il movimento fascista dal 1919 al 1922; gli assegnava il compito di mettere ordine nel Paese purché, dopo averlo adempiuto, se ne ritornasse a casa con un benservito. Ma nel 1923 Mussolini abolì la libertà di stampa e instaurò il regime a partito unico, le cui premesse c’erano tutte fin dal sorgere del movimento fascista.

A quel punto Albertini capì e cominciò una campagna d’opposizione senza sconti, tra le più robuste dell’epoca. Purtroppo perfettamente inutile perché il peggio era già accaduto, il regime dittatoriale era ormai solidamente insediato e l’ex direttore del "Corriere della Sera" se ne andò a consolarsi a Torrimpietra.

Ad Indro Montanelli è accaduto altrettanto, ma lui almeno se n’è accorto prima. Difese per vent’anni dalle colonne del "Giornale" le ragioni del Berlusconi imprenditore d’assalto. Si accorse nel 1994 di quale pasta fosse fatto il suo editore e lo lasciò con una drammatica rottura. Ma era tardi anche per lui. Se c’è un aldilà, la sua pena sarà quella di vedere Vittorio Feltri alla guida del giornale da lui fondato. Al "Corriere della Sera" quest’esperienza d’un giornalista di razza al quale dedicano un santino al giorno dovrebbero farla propria per capire qual è il gusto e il valore della libertà liberale.

Andata come sia andata, alla fine De Bortoli risponde. Una risposta in ginocchio con la bocca ben salivata e la mano arricchita di Vasellum pronto all’uso? Scalfari è orientato per il sì, io vi sottopongo il testo con una piccola aggiunta, merito di PANEBIANCO.

Ma partiamo dal Corriere

Non sappiamo che cos’abbia spinto il premier a criticare ieri il Corriere . Non gli piaceva il fondo di Ernesto Galli della Loggia che pur stigmatizzando (e ci mancherebbe…) le espressioni da lui usate contro il presidente della Repubblica, riconosceva una serie di meriti all’azione del governo? Non credo. Non gli andava il corsivo di Pierluigi Battista che smentiva la vulgata di sinistra dell’esistenza di un regime con la sua impronta? Impensabile.

Forse abbiamo un unico grande torto. Siamo un giornale che ragiona con la propria testa, lungo il solco liberale della sua tradizione. Un quotidiano che si ostina a coltivare la propria indipendenza. Abbiamo rispetto del ruolo politico e sociale del Cavaliere, e più volte su queste colonne lo abbiamo sottolineato. Ma ne critichiamo gli eccessi. Nello stesso tempo difendiamo i valori costituzionali e gli insostituibili ruoli di garanzia di alcune sue istituzioni. Ci sforziamo di trovare, nel dibattito quotidiano, più le ragioni per unire questo Paese, anziché dividerlo, più i motivi per sostenerlo anziché colpirlo.

Il Corriere non veste alcuna divisa e non indossa nessun elmetto. Si è ben guardato, in questi mesi, dall’assecondare la campagna scatenata contro il premier, con vasta eco all’estero, dai suoi nemici, politici ed editoriali, e da tutti quelli che hanno ridotto l’opposizione allo sguardo insistito nella sua vita privata. Dimenticando tutto il resto. Come se non esistesse più un governo che va giudicato dagli atti concreti, quelli che servono al Paese in una delle crisi sociali ed economiche più acute. Tutti quelli che lavorano onestamente, dalla mattina alla sera, cittadini, lavoratori, professionisti e imprenditori, non possono che soffrire e nutrire un profondo senso di ingiustizia nel vedere l’immagine internazionale del nostro Paese messa così ingiustamente alla berlina.

Certo le notizie non le abbiamo mai nascoste. Mai. Ma neanche strumentalizzate e piegate alle esigenze di parte, come accade in quasi tutto il panorama editoriale. I fatti ormai non sono più separati dalle opinioni, sono al servizio delle opinioni. Le inchieste di Bari sono state rivelate dal Corriere . Abbiamo informato, correttamente, senza mistificare la realtà com’è prassi quotidiana sulla stampa e sul video. Ma non abbiamo mai partecipato alla guerra civile mediatica che si è scatenata subito dopo. Per rispetto dei lettori, innanzitutto, che non vanno assoldati e iscritti d’ufficio a un partito o all’altro.


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Il Corriere ha ospitato tutte le opinioni, nel solco della sua migliore tradizione. Ha elogiato il governo quando se lo meritava. Non poche volte. Lo ha criticato quando a nostro giudizio sbagliava. E’ successo, e in forma anche più dura, con i governi di centrosinistra. Ha praticato e difeso una libertà di stampa responsabile. Le querele ai giornali sono legittime, per carità, ma costituiscono spesso un errore, a mio personale giudizio, se vengono da chi ha alti incarichi istituzionali e di governo. Chi scrive ne ha collezionate, tra querele e cause civili, ben 180. E nei giorni scorsi ha perso in appello contro gli avvocati del premier Ghedini e Pecorella. Dunque, avevano ragione loro a sentirsi diffamati da un mio scritto del 2002. La sentenza è chiara e la accetto, senza pormi il problema se il giudice fosse di destra o di sinistra e senza cambiare idea rispetto a quello che ho scritto. Sbaglierò, ma non ho mai pensato minimamente che per difendere la mia libertà d’espressione fosse necessario scendere in piazza.

Il Corriere è un giornale liberale e moderato, una delle istituzioni di garanzia di questo Paese. Non vuole partecipare allo scontro fra due fazioni, in un’Italia ridotta a una desolante arena nella quale si sta perdendo, insieme allo stile e al decoro, anche un po’ il lume della ragione. Vuole occuparsi dei problemi reali del Paese, informando correttamente i cittadini, rappresentando al meglio «quell’Italia che ce la fa», che lavora, produce, esporta, studia. Un grande Paese che non merita giudizi sommari. Senza muoverci di un millimetro da quello che consideriamo un nostro dovere verso i lettori

E veniamo alla saliva e vasellina di PANEBIANCO in coda a una interessante analisi sul rapporto Governo e piccole medie industrie del Lombardo-Veneto

La Lega infatti, con la sua ideologia comuni­tario- territoriale, e una prassi coerente con quella ideologia, suscita anche diffidenze, pro­mette protezione ma non sempre innovazione, rappresentanza sindacale di interessi territoriali ma non necessariamente dinamismo sociale. Pre­figura una società relativamente chiusa, ancorché efficacemente difesa nei suoi interessi quotidiani, più che una società dinamica e aperta. Anche se va ri­conosciuto che la Lega è riuscita nel tempo a creare una classe di amministratori locali spesso competenti e con au­tentica capacità di ascolto nei confronti dei ceti produttivi.

L’abbandono da parte del governo dell’antica proposta «liberista» che fu della Forza Italia delle origini è certo dovu­ta anche alla esigenza di fronteggiare la crisi, di attutirne gli effetti, senza destabilizzare i conti pubblici (che è quanto il ministro Tremonti, e l’esecutivo nel suo insieme, sono fin qui riusciti a fare con successo). Però è anche indubbio che in questo modo il Pdl si è trovato sprovvisto delle sue armi più efficaci nella sfida con la Lega per la rappresentanza dei ceti medi del Nord.

In Germania il partito liberale ha riscosso un grande suc­cesso con la sua battaglia antitasse. Anche nel Nord d’Italia quello sembra essere il miglior terreno su cui chi ne avesse voglia e capacità potrebbe sviluppare un’azione efficace­mente competitiva nei confronti della Lega e della sua uto­pia comunitaria.

PS: ma che aspetta il PD a inserirsi in questa ricerca di rappresentanza? Ai tempi del vecchio PCI c’erano strutture e antenne presenti e tempestive. Se questo vuol dire stabilire un rapporto concreto con la Lega perchè non stabilirlo. Non farlo significa mettere a rischio un tessuto produttivo vero, collegato stabilmente al territorio e con posti di lavoro ben precisi.

E il resto, le polemiche con la Lega, le divergenze, la puzza sotto il naso?

Opinione personale? NON OLET!