sperando che le maggioranze allargate che si presenteranno alle prossime elezioni siano molto più consapevoli e meglio gestite delle precedenti edizioni di quello che un tempo si chiamava ULIVO.

è una scelta consapevole e determinata dal fatto che il bipolarismo puro non è roba da italiani, non è temperato da una Costituzione costruita per  una Italia che non c’è più, se mai è esistita.

era una Italia costruita su partiti radicati nel territorio, gestiti da persone cresciute nelle difficoltà poste da una dittatura politica e religiosa. La volontà di civile autonomia era presente sia nella Chiesa comunista che in quella democristiana.

poi la generazione di politici preoccupati  dell’Italia è diventata una classe politica in cerca del potere e del vantaggio economico che il potere dava, per diventare con Berlusconi il potere creato e nato dal controllo e dalla gestione dei media e dalla constatazione che la nostra era ancora una economia strettamente legata, vincolata e gestita dallo Stato, come nelle peggiori realtà di quello che una volta era l’impero sovietico, che usava il cominform per affermare ed estendere la propria influenza.

con tutti i limiti e i difetti del sistema proporzionale, fenomeni come quello che ci pervade da 15 anni sarebbero stati allora impossibili. Tentativi come quelli voluti e gestiti ai tempi di Gronchi (e non solo) sono stati annullati. 

su questi argomenti mi appare utile leggere assieme l’articolo di  Curzio Maltese.

Voglio trovare un senso a tante cose, canta il Vasco Rossi imitato da Bersani. Ma un senso il congresso del Pd finora non l’ha avuto. Restano due settimane per recuperarne uno e convincere almeno due milioni d’italiani a partecipare col voto alle primarie. Sarebbe un duro colpo a Berlusconi, che ne ha ricevuti tanti in questi mesi, mai però dal Pd.

Con tutto quello che succede, chi si ricordava della corsa alla segreteria del Pd? Perfino ieri, nel giorno della convenzione, la scena è stata rubata dal Cavaliere. Le aperture dei telegiornali fotografano una lotta impari. Da un lato, un Berlusconi alla spallata finale, in guerra aperta con la Costituzione, la Consulta e il Presidente della Repubblica, deciso a spianare la magistratura indipendente e la stampa libera, magari anche estera. Dall’altra tre gentili signori, Bersani, Franceschini, Marino, che dibattono di forme partito, alleanze e statuti interni. Oppure di quanto sarebbe stato meglio fare una legge sul conflitto d’interessi, dieci anni fa. O ancora se l’anti-berlusconismo e lo spirito anti-italiano siano due cose diverse, come ormai in molti cominciano a sospettare.

Questa è l’immagine che il principale partito d’opposizione ha dato al Paese, non da oggi. Una totale incapacità di cogliere la crisi nazionale e internazionale del berlusconismo. Restano due settimane, da qui alle primarie, per ripartire all’attacco. È quanto chiedono gli elettori. Ed era quanto chiedeva ieri l’assemblea democratica alle porte di Roma. Fra i candidati, l’unico a capirlo è stato Dario Franceschini. L’unico che ha scaldato la platea.

Il compito del segretario uscente era più facile. Pierluigi Bersani ha già vinto la corsa, con ampio margine di voti fra gli iscritti, ed è favorito nei sondaggi. Il suo discorso è stato cauto, solido, di buon senso, appunto bersaniano. Il punto di forza sono le alleanze, la riapertura del "cantiere dell’Ulivo". Qui Bersani è assai più convincente di Franceschini. La vocazione maggioritaria del Pd, col 26 per cento dei voti, è andata a farsi benedire. La storia di quindici anni insegna che, alla fine, il centrosinistra ha vinto nelle due uniche occasioni in cui s’è presentato unito e perso sempre quand’era diviso. Per il resto, il vincitore designato non ha saputo trovare un argomento o un tono adatti a scatenare la sua assemblea, che non aspettava altro.

Il "comizio domenicale" di Franceschini, come l’hanno definito con disprezzo i dalemiani, è stato quindi una liberazione. Lo sconfitto designato ha potuto giocarsi le carte proibite all’avversario. L’appello al popolo delle primarie, perché rovesci il risultato degli iscritti. Il rinnovamento del partito e il cielo sa quanto ce ne sarebbe bisogno in un partito dove le facce sono le stesse da vent’anni. Infine, ma certo non ultimo, l’anti-berlusconismo. Per meglio dire, quello che perfino nel Pd si accetta di definire anti-berlusconismo e che consisterebbe in realtà nel fare il proprio mestiere di opposizione con più coraggio e grinta. Franceschini, rispetto a Bersani e anche a un Ignazio Marino in versione moderata, ha fatto nomi e cognomi. Soprattutto uno, Massimo D’Alema, il grande elettore di Bersani. Trattato come il vero vincitore del congresso e il vero padrone di casa. Non del tutto a torto, com’era dimostrato simbolicamente dall’assenza alla convenzione dei tre rivali storici di D’Alema: Romano Prodi, Walter Veltroni, Francesco Rutelli.

Con questi argomenti Franceschini spera di rovesciare in due settimane il responso degli iscritti. Impresa difficile, ma non impossibile. I venti punti di distacco in percentuale della sua mozione, in termini reali, si riducono a 84 mila voti di distacco da Bersani. Ma nella campagna elettorale "sul territorio", secondo la formula un po’ bolsa, insomma in giro per l’Italia, Bersani sarà assai più efficace di quanto sia parso davanti all’assemblea democratica.

Chiunque vinca, ha davanti un compito difficile. All’interno di un partito da ripulire a fondo. Un partito dove oggi la Calabria ha più iscritti della Lombardia, Napoli e provincia contano il doppio dell’intero Nord-Est. Ma ancor di più all’esterno, nella tanto evocata Italia reale, dove la voce del maggior partito dell’opposizione suona flebile e confusa, sovrastata dal clamore berlusconiano e non solo.