ero incerto nel titolo, l’avrei intitolto anche L’ORIGINE DELLA SPECIE, ma forse viene da molto più lontano il FRANCO BECHIS che questa settimana ci spiega cosa, ma soprattutto come, dobbiamo leggere le notizie che ogni giorno ci spiegano come dobbiamo leggere il "giorno prima".

già perchè il giorno prima è già passato e anche "oggi" domani sarà il giorno prima e quindi galoppare, mai fermarsi. Se però la lente è una lente personale allora in fondo il mondo non cambia mai.

la prima notizia, ma era già partito da qualche minuto e quindi mi potrei sbagliare, era il racconto del Corriere sul COVO, quella casa sgangherata dove il primo kamikaze italiano ha "cucinato" la sua bomba.

MILANOSul ballatoio c’è un portoncino di legno, verniciato di verde. Appena dentro, addossato alla parete della stanza, un vecchio divano. Proprio là, sui cuscini, era appoggiato un Corano aperto sulla «Sura della vacca», i versetti che di solito i kamikaze recitano prima di andare a farsi esplodere.

Quel libro è l’ultimo segno lasciato da Mohamed Game dentro l’appartamento-«covo» al terzo piano di un palazzo in via Gulli. Davanti a quelle pagine, Game ha pregato poco dopo le 7 del mattino di lunedì scorso. Poi ha preso la cassetta degli attrezzi imbottita di esplosivo ed è uscito. È sceso per tre piani di scale e, una volta in strada, ha girato a sinistra e s’è messo a camminare. A passo normale, deve aver impiegato poco più di cinque minuti. La caserma di piazzale Perrucchetti è molto vicina, alla fine della strada. Seicentocinquanta metri per diventare uno shaid, un martire.

È passata una settimana dall’attentato alla caserma «Santa Barbara» di Milano. Il «covo» è stato scoperto quindici ore dopo l’esplosione, alle 23 di lunedì sera. E da quel momento è diventato il fulcro dell’indagine della Digos e dei Ros. Una casa protetta da una doppia porta: la prima, con un’intelaiatura di ferro, dà su un balconcino; da quel punto si apre poi il secondo portone. All’interno, una prima stanza fa da ingresso e soggiorno.

Qui Game e i suoi complici hanno «cucinato» per giorni (forse settimane) l’esplosivo. La cucina è nell’angolo a sinistra: i fuochi, il lavandino, pensili e cassetti. C’erano pentole e pentolini sul piano di lavoro e sul tavolo al centro della stanza. Recipienti più piccoli e più grandi. Sparse tra il pavimento e i ripiani, un numero imprecisato di bottiglie e flaconi: una serie prodotti chimici (dall’acetone ai cosmetici) che chiunque può comprare in un supermercato o in un negozio di ferramenta, ma che una cellula integralista può usare invece come reagenti o ingredienti per assemblare la «marmellata», l’impasto per gli ordigni.

Quest’ultima operazione Game e i suoi complici la svolgevano tra la cucina e il bagno, dove gli investigatori hanno trovato un altro grosso pentolone nella vasca. Per ricostruire la pianta dell’appartamento si può entrare in via Gulli e salire al quarto piano. La casa sopra a quella del «covo» ha una disposizione identica. È abbandonata, con la porta distrutta, chiunque può entrare calpestando un tappeto di immondizia e vestiti strappati. Oltre il soggiorno, c’è una stanza con un piccolo balcone che si affaccia sulla strada. La porta del bagno è sulla parete a sinistra.

La casa, come hanno spiegato gli inquirenti, era «nella disponibilità» di Mamhoud Kol, l’idraulico egiziano in carcere con l’accusa di essere il complice di Game. Personaggio che col passare dei giorni sembra assumere un ruolo sempre più centrale in questa storia. A partire da un interrogativo: come può un immigrato con dieci figli, che vive in una casa occupata abusivamente, permettersi di lasciare un appartamento a disposizione della cellula?

Kol, che di fronte ai magistrati è rimasto in silenzio, era un vicino di casa di Game. I due abitavano in due palazzine popolari affacciate sullo stesso cortile. In questi giorni almeno un paio di inquilini hanno raccontato alcune caratteristiche della loro amicizia:

«Si vedevano spesso, soprattutto negli ultimi mesi, parlottavano fitti in giardino o uscivano».

Un particolare che oggi sembra importante, perché una delle domande fondamentali a cui dovrà rispondere l’inchiesta è: chi ha convinto Game a diventare un martire? 

CONTINUA su Il Corriere.

Queste parole sono diventate da come le leggeva Bechis l’audio di un video tipo Mattino 5 per illustrare che quello lì non era uno sfigato qualsiasi, ma la dimostrazione concreta dell’esistenza di una cellula pericolosa all’interno di una organizzazione da cui difendersi per evitare la fine del mondo, il nostro mondo.

Sarà che io chimico, del tipo preistorico, lo sono a me farebbe piacere che ci fosse alle spalle una organizzazione e, invece, purtroppo no. Se fosse una organizzazione ci sarebbero logiche organizzative, contatti misteriosi, anelli da percorrere e collegare.

Il pericolo invece sta proprio in questo apparente individualismo che permette di realizzare, su conoscenze semplici, effetti clamorosi che proprio la tecnica non perfetta ha evitato che stavolta si verificassero. 

E in più l’altro ancor più terribile fatto, la solitudine dentro, l’assurda necessità di affermazione, di essere qualcuno, di lasciare il segno e allora ogni cosa che capita può scatenare la conclusione, dall’uccidere e distruggere la propria famiglia e poi se stessi, a quello di far sapere a quelli che ritieni i tuoi più simili che ci sei, che anche tu sai essere qualcuno, qualcosa!