ma allora come faranno con il posto fisso? ma poi perchè chiudono se la crisi vera non c’è mai stata, anzi l’Italia è la più meglio d’Europa se non del mondo…

L’appuntamento è alle nove, davanti ai cancelli presidiati della Mac, azienda di stampaggio di lamiere confinante con l’Iveco del gruppo Fiat. «Noi da qui non ci muoviamo» assicura Fausto Angeli, 43 anni, delegato della Fiom, «hanno già cercato di portar via i macchinari,ma li abbiamobloccati. Siamo rimasti154 operai, il padrone vuole trasferire tutto a Chivasso perchè dice che non c’è più lavoro. Fino al 1999 eravamo nell’Iveco, poi ci hanno scorporato ma avevano sottoscritto l’impegno a intervenire qualora ci fossero stati problemi occupazionali. Invece, adesso dicono che non possono far niente perchè c’è la crisi».

Piove e fa freddo a Brescia, sul piazzale i lavoratori distribuiscono caffè e vin brulè per riscaldarsi. Dal palco improvvisato il microfono lancia gli interventi di operai e delegati, arriva anche il segretario della Fiom, Gianni Rinaldini. Brescia è stata la capitale dell’industria meccanica, grandi e piccole aziende, imprenditori duri e puri, lotte feroci e belle conquiste. Una massa enorme di operai, di tutte le condizioni e professionalità, presidio di democrazia e di stabilità del tessuto sociale.

La «leonessa» mostra oggi i segni vistosi della recessione, una miscela di aziende che soffrono le difficoltà congiunturali assieme ad altre, spesso multinazionali, che ne approfittano e chiudono per spostare altrove la produzione. «La situazione è questa: abbiamo 70mila lavoratori circa coinvolti nella cassa integrazione, 30mila assegni di disoccupazione, una serie di imprese che hanno deciso la chiusura come Mac, Comital, Ideal Standard, Federal Mogul e poi quelle del tessile, settore ormai a pezzi» spiega Marco Fenaroli, 59 anni, segretario della potente Camera del lavoro (110mila iscritti), «il territorio bresciano ha bisogno di nuovi progetti imprenditoriali, di investimenti, dobbiamo pensare a qualche nuova forma di sviluppo perchè questa crisi lascerà molte macerie. Gli imprenditori possono fare la loro parte, c’è il settore biomedicale che offre già buoni risultati, ma è necessario un progetto industriale, una regia politica, del governo. Non possono pensare solo a chiudere le fabbriche e a speculare sulle aree dismesse».

Il sindaco Adriano Paroli è del Pdl. La sua amministrazione è influenzata dall’inutile cattiveria leghista. Gli immigrati, che sono oltre il 20% dei residenti, subiscono discriminazioni vergognose come quella del «bonus bebè»: ai figli degli stranieri niente soldi, solo agli italiani. La Cgil ha già vinto una serie di ricorsi. In più è iniziata la repressione spicciola, quella che elimina le panchine per evitare «assembramenti » e che multa gli immigrati se bevono una birra per strada. L’azione di contrasto è portata dalla Cgil e dalla Chiesa. La sinistra fa una gran fatica a farsi vedere sul territorio. Anche le imprese, a Brescia sempre dinamiche, cercano strade diverse pur con difficoltà, perchè non si vede l’orizzonte.

Il leader degli industriali Giancarlo Dallera, produttore di cerchioni per auto, prevede «un inverno durissimo». È aperto alla collaborazione con il sindacato e mostra una morale che non guasta di questi tempi. Resistono i Lonati e i Camozzi (che ha salvato la Innse), è scomparsa la «bicamerale degli affari » di Chicco Gnutti, già scalatore di Telecom Italia. Un ruolo silenzioso e importante nel potere è giocato dal banchiere Giovanni Bazoli, anche se le disavventure del finanziere protetto Romain Zaleski hanno prodotto qualche problemino.

La questione centrale è che oggi il tessuto industriale perde pezzi, si sfilaccia, determina conseguenze gravissime sui lavoratori e nella società. Ele imprese, soprattutto le multinazionali, dovrebbero essere richiamate alle loro responsabilità. RiccardoRomano, 51 anni di Calvisano, è un dipendente della Rothe Erde, società della tristemente famosa Thyssen Krupp. Con lui in fabbrica lavora anche suo figlio, invalido civile. Davanti ai cancelli della Mac racconta: «Vogliono mettere in mobilità48 lavoratori, vogliono chiudere il reparto di montaggio perchè mandano fuori la produzione , la affidano a ex dipendenti diventati artigiani perchè dicono che costano meno. È una vergogna, non possono trattarci così. Fino adesso in fabbrica c’è stata una forte solidarietà tra i lavoratori, meno male».

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