non essendo un addetto ai lavori nè uno specialista e tanto meno un fan di grandi elaborazioni intellettuali e mentali mi sono trovato invaso e fortemente sospinto a ragionare di lui, come qualche giorno prima di Alda Merini.

in questo ultimo caso, Alda Merini, credo che molti in Italia abbiano scoperto una poetessa predestinata  al Nobel, senza che a scuola nessuno ne avesse accennato.

per Lévi Strauss sono stato più fortunato nel rendermi conto che non ero l’unico, c’erano anche altri ben più importanti e sapienti di me che avevano bisogno di approfondire.

Lombardi Satriani: rivoluzionò l’antropologia, troppo presa dall’ansia di gerarchizzare i popoli

La scomparsa di Claude Lévi-Strauss non giunge, certo, inattesa; alla fine dello scorso anno abbiamo celebrato i suoi cento anni ed è stata, questa, l’occasione per riflettere sulla sua opera e sul contributo dato a diversi campi del sapere. La sua prestigiosa e multiforme opera lo ha reso un protagonista assoluto della vita intellettuale del Novecento. Va sottolineato, infatti, che la sua influenza travalica di molto l’ambito dell’antropologia contemporanea, che riconosce comunque in lui uno dei suoi padri fondatori.

Prossimamente, quando avremo la possibilità di opportuni approfondimenti dei diversi aspetti di un’opera complessa, densa di acquisizioni critiche e di stimoli recepiti da antropologi, filosofi, sociologi, storici della cultura, linguisti, storici dell’arte e così via, potremo analizzare concretamente quanto e come sia stata feconda la sua opera.

La letteratura scientifica ha posto in risalto tale fecondità di influenza; mi limito a ricordare, per tutti, l’ottima antologia di numerosi scritti di studiosi francesi e di altri paesi che Marino Niola ha dedicato a Lévi-Strauss introdotta da un suo rigoroso saggio: Lévi-Strauss fuori si sé (Quodlibet).

A questo punto ho seguito la solita trafila leggendo e meditando qua e là su quel che trovavo, anch’io, come il soprastante luminare 

Prossimamente, quando avremo la possibilità di opportuni approfondimenti dei diversi aspetti di un’opera complessa, densa di acquisizioni critiche e di stimoli recepiti da antropologi, filosofi, sociologi, storici della cultura, linguisti, storici dell’arte e così via, potremo analizzare concretamente quanto e come sia stata feconda la sua opera.

E’ vero, le mie credenziali sono diverse, figuriamoci, però un po’ di vita vissuta mi può consigliare alcune osservazioni. Lévi-Strauss, nato nel 1909, a 26 anni arriva in Brasile, era il 1935 (io nasco alla fine del 1936) e si mette a curiosare all’interno, dove ci sono "i selvaggi". Potrà sembrare strano, eppure poco più di 70 anni fa la cultura alta, la cultura ufficiale, quella che permea tutta la classe dirigente del mondo universale che conta, era rigidamente convinta che ci fosse una gerarchia non di funzioni ma "di qualità" degli umani.

Cioè che alcuni fossero "diversi" ma, soprattutto, che fossero "più migliori". E badate bene ne erano convinti pressochè tutti, compresi, anzi soprattutto, quelli che starnazzano del crocifisso in questi giorni come caratteristica ed elemento fondante di tutto noi. E ne sono ancora talmente convinti, alludo alla parte cattolica, che dividono l’appartenenza a questo orientamento religioso fra chi deve ascoltare (quasi tutti) e chi può esaminare e raccontare.

Ma torniamo al resto dell’umanità e, un po’ anche, alla mia esperienza di vita, cioè alle conseguenze concrete del vivere non nelle foreste brasiliane ma nel concreto di un felice paese benedetto dalla migliore cultura civile e religiosa che mai fosse e sia al mondo.

Cresciuto anch’io, frequentato le scuole degli "altri" Università compresa, mi sono accorto che in qualche modo forse anch’io gerarchicamente non ero uguale. Onestamente non nell’ambito dei chimici in cui mi muovevo, lì ero stronzo o capace a seconda di quel che facevo o dicevo, ma nel resto del mondo "civile"sì. Nel resto del mondo io ero "e fiò d’un uparèri" in italiano corrente "il figlio di un operaio", specie per i borghesucci che riempivano uffici e piccole e medie dirigenze.

Per questo oggi capisco quanto innovativo, e lo ringrazio, questo Lèvi-Strauss che s’accorge poco di 70 anni fa che anche i "selvaggi" dell’interno del Brasile erano UMANI e portatori di una propria cultura diversa ma non inferiore a tutte le altre culture sparse per l’intero pianeta.

Chissà se destri (e anche sinistri) che hanno riempito i giornali e i media in questi ultimi giorni se ne sono accorti, penso che ne abbiano parlato però a livello di alta cultura, non nella vita quotidiana di non protetti, di provenienti da altri mondi, con altri colori, con altri luoghi di culto, con altre musiche e talvolta anche modi di vestire.

Avrebbero rischiato grosso, molti di loro, qualcuno li potrebbe scambiare per dei KOMUNISTI. Già perchè in fondo quel che cominciava a dire quel ragazzo di 26 anni nel 1935 l’avevano scritto altri a cominciare da Rousseau, ma anche quel Gesù di Nazaret un po’ di molti secoli di prima, crocifisso appeso o non appeso.

Lévi-Strauss probabilmente era mosso anche dalla sua condizione di ebreo, di diverso (anche se la Francia per fortuna almeno nell’ambiente culturale non era così chiusa), ne fosse o meno cosciente. E probabilmente se anch’io non avessi avvertito la correlazione fra l’essere "e fiò d’un uparèri" e il giudizio di chi incontravo, anch’io sarei lì a gridare e urlare che gli umani vanno GERARCHIZZATI.