se vi irritano i toni accesi di certe opposizioni (ma stavolta persino Casini sembra pronto alla battaglia), date una scorsa almeno alle tranquille, ma incazzate, parole di Sergio Romano.

(…) 

Ma le promesse dei due ultimi gover­ni Berlusconi sono state eluse. Le rifor­me, quando ci sono state, sono parse motivate soprattutto dal desiderio di ri­solvere i problemi personali del presi­dente del Consiglio. Pos­siamo cercare di com­prendere le condizioni di un uomo che è stato og­getto di una sovrabbon­dante attenzione giudizia­ria. Possiamo comprende­re la necessità, nell’inte­resse del Paese, che i con­ti, come accade oggi in Francia, vadano regolati alla fine del mandato e che le procedure giudizia­rie non entrino in rotta di collisione con il voto de­gli elettori. Possiamo im­maginare gli effetti deva­stanti provocati da un giu­dizio che colpisce un uo­mo tuttora sostenuto da una larga parte del Paese.

Ma il maggiore ostacolo sulla strada della riforma è ormai rappresentato dal numero delle leggi ad personam approvate negli ulti­mi anni. Anche quando contengono norme con le quali è possibile convenire, queste leg­gi appaiono frettolosamente nelle aule parla­mentari non appena il premier ne ha bisogno per allontanare o cancellare una scadenza giu­diziaria. E sono opera di avvocati a cui il presi­dente del Consiglio, con una specie di cortocir­cuito istituzionale, ha conferito funzioni pub­bliche.

Non basta. L’ultima proposta rischia di rendere ancora più difficile il rapporto con il Quirinale, di approfondire il fossato tra mag­gioranza e opposizione, di aprire un intermi­nabile contenzioso costituzionale, di oscurare i problemi a cui dovremmo dedicare la nostra attenzione.


OAS_AD(‘Bottom1’);

A questo, punto sperare in una riforma complessiva che comporti, tra l’altro, la sepa­razione delle carriere e una diversa composi­zione del Consiglio superiore della magistratu­ra, è diventato illusorio. Le piccole riforme, quando sono attuate con questo spirito, can­cellano la grande riforma dall’agenda naziona­le.

Silvio Berlusconi è ancora, grazie alla sua vittoria elettorale, il presidente del Consiglio degli italiani. Ma non può essere l’arbitro del grande dibattito parlamentare necessario alla riforma della giustizia.

Per ottenere uno sco­po limitato e personale ha privato l’Italia di ciò di cui ha maggiormente bisogno.

Certo che il nostro caro Presidente del Consiglio ribatterebbe che IN GALERA, o comunque a venire condannato, sarebbe LUI mica Sergio Romano. Verissimo, ma a combinare di tutto e di più e a ridurre a questo schifo il Parlamento e la vita italiana, almeno per la parte più in vista, è sempre e soprattutto LUI.

E le sue NECESSITA’, guarda caso, portano, proprio per la "necessità" di voti, ad accogliere anche le più orripilanti e inutili richieste in termini di vita civile. E questa deriva diventa sempre più pericolosa e sembra autorizzare anche negli ambiti della sicurezza e persino della sanità comportamenti infami, quasi che si torni a cittadini di serie A e gli altri, i relitti sociali, i diversi, gli scarti dei quali è bene sbarazzarsi o che, comunque, in qualsiasi modo si debbono trascurare, ignorare e, se possibile, offendere.