se fosse questa la lezione?

Nella logorrea che gremisce ogni istante della modernità, dal Grande Fratello a Facebook, il miniracconto è un’oasi felice che si staglia ironicamente sul rumore di fondo della vacuità mediatica. La modernità infatti soffre di un ossessivo horror vacui che la spinge ad avvolgere di parole qualsiasi istante.

Chi sa scrivere una novella di queste dimensioni sa anche alcune cose fondamentali. Per esempio che la vita è breve, che è radiosamente e sconsolatamente semplice. Che, come diceva Voltaire, tutto va per il meglio nel peggiore dei modi o tutto va per il peggio nel migliore dei modi.

Una simile lucidità produce l’ironia che lampeggia nel finale di queste miniature raccolte dal Sole24ore. Tipica quella di Francesca Milano:

"Aspetto da più di un’ora. Come al solito in ritardo. Le auto qui sfrecciano stranamente veloci e il collare troppo stretto." Ma, nel momento in cui si capisce che a esprimersi è un cane, ecco che il collare diventa la metafora di altre invisibili schiavitù.

La semplicità non esclude l’atrocità e, soprattutto, la solitudine di chi si guarda nel cannocchiale rovesciato del racconto ultrabreve. La concisione diventa allora l’espressione di uno stoicismo. Infatti l’acido con cui vengono incise queste storie è quello della morte, che la modernità nasconde con cura dietro una cascata di parole.

"Imbrogliami – mi disse – come fare te lo dico io. Non gli chiesi il perché. Ora lo so. Ma non mi serve più. Sotto un buon metro di terra." (Andrea Masotti).

Il miniracconto è anche una forma di ribellione contro la vacuità di discussioni e dibattiti:

"Il crocefisso veramente stanco scese dalla parete e se ne andò." (Mario Francescato).

O una favola della lucidità:

"Il bambino le si stringeva al collo. Ha pensato a quando crescerà, quando non si abbandonerà più così a qualcuno. Ha provato pena per sé." (Silvia Colangeli )

O una registrazione della quotidianità dell’orrore, che non cessa di esserlo perché è inserito nel rassicurante tessuto delle abitudini.   Alfonso Francia:

"Si staccò dopo esserle venuto dentro. Era riaccaduto, ma non si sentiva in colpa; in fondo erano una famiglia. "Non piangere". "Sì papà".

O una percezione del parallelismo tra le forme di vita apparentemente più lontane.

"Una vita da eterno clandestino. Un fardello, oramai, insostenibile . A schiacciarlo, però, fu la suola di una scarpa. Povero scarafaggio." (David Albert Rosenberg).

La riduzione delle parole si presenta in questi racconti con la scarna eleganza di una folgorazione, ma è il risultato di una voluta rinuncia al superfluo. Una rinuncia essenziale nella lotta per la sopravvivenza della cultura contro l’invasione appiattente dei media. Dice un moralista francese, Joseph Joubert: "Quando non esisteranno più biblioteche e pochi libri saranno risparmiati, si nasconderanno forse i più piccoli, quelli cioè che conterranno, nel minor numero di parole, la maggiore sapienza: come in un incendio, in un saccheggio o in una fuga, si mettono prima in salvo i diamanti."

E’ un invito che ho ripreso da Il Sole 24 Ore, forse per sforzarci di costringerci alla essenzialità, almeno ogni tanto.

Per non prendere l’abitudine di rotolarci felici ed appagati nelle nostre stesse parole, inevitabilmente ripetitive e dopo un po’ prive assolutamente di senso anche solo per noi.