una lettura simpatica, affascinante, sembra uno di quei racconti per immagini con cui i socialistoni di primo novecento descrivevano tonaconi e capitalistoni: la fanciulla rapita, in balia di quei maialoni che pure all’epoca venivano immaginati rubizzi, magari con qualche champagnino in mano e spesso anzichè ostriche sane salsicce.

e invece no, nel racconto siamo più vicino ad una atmosfera cupamente nibelungica se non addirittura nazi. Ci si è girato attorno per tanto tempo, il Marcinkus della storia è entrato e uscito più volte, non era l’unica eminenza in polpe all’epoca che veleggiava in soldi e vita di società sotto l’ombrello americano in funzione antikomunista.

no, non è la storia di un robusto cappellanone o parrocco pieno di aspro vigore campestre, è una storia orribile di fascinazioni, sottomissioni e, alla fine, eliminazioni impassibili. E proprio per questo così congeniale, così intersecabile con i lividi magri lombi e sottili labbre di monsignorini ricchi di voglia di potere e di possesso e dominio.

«Marcikus venne a trovare la Orlandi nella casa di Torvajanica. Io sentii le urla di Emanuela ma De Pedis mi disse di farmi gli affari miei…». Sabrina Minardi torna ad accusare l’alto prelato, ex presidente dello Ior, e rivela anche un’altra delle prigioni dove la ragazza rapita il 23 giugno del 1983 nel centro di Roma venne tenuta segregata: una casa al mare, la stessa dove venne poi uccisa, chiusa in un sacco e gettata in una betoniera. Un racconto drammatico che conferma ancora una volta la tesi della donna secondo la quale Emanuela sarebbe stata sequestrata per ragioni sessuali.

La Minardi ha raccontato tutto in una intervista a Rai News 24. «Io stessa insieme a De Pedis e Sergio portai la ragazza nella casa al mare. Doveva restare solo un giorno ma è rimasta 15 notti assistita da una zia di De Pedis, Adelaide». L’ex donna di De Pedis che nei giorni scorsi è stata nuovamente ascoltata dalla Procura dice anche di aver sentito la voce di tale Mario, l’uomo che chiamò a casa Orlandi. «L’ho riconosciuto – ha spiegato – : ha la mia età, era ricco di famiglia. Un grande amico di Renatino, sono certa della sua identità». Non è la prima volta che la supertestimone chiama in causa monsignor Marcinkus. Già nella prima deposizione la donna aveva raccontato di aver portato più volte alcune ragazze in un appartamento di via di Porta Angelica dove erano messe a disposizione del prelato. Ha poi raccontato di aver accompagnato lei stessa Emanuela ad un appuntamento in Vaticano e che proprio in quell’occasione, vedendo questa ragazza un po’ su di giri, le aveva domandato il nome e lei, candidamente, aveva risposto Emanuela.

Sabrina Minardi ha mantenuto per anni questo segreto. Perché così le aveva detto di fare il suo uomo Renatino De Pedis («Se dimentichi quello che hai visto non ti succederà nulla»), sia per le minacce di incolumità alla figlia. Per trent’anni ha tenuto nascosto di sapere dove era segregata la ragazza. E anche quella frase pronunciata da Renatino che due anni fa ha troncato ogni speranza della famiglia: «Vedi quei due sacchi neri? Dentro c’è Emanuela».

La Procura le crede? Sembra proprio di sì. Soprattutto adesso che alcune incongruenze, date confuse, fatti che non riusciva a collocare bene nel tempo, sono scomparsi. Sabrina Minardi ha riconosciuto il fantomatico Mario e il riconoscimento ha avuto un riscontro. I magistrati sono riusciti ad ricostruire l’identità di tre sequestratori di Emanuela Orlandi. Uno di loro è il biondino che fece salire Emanuela nella Bmw grigia parcheggiata davanti al Senato. Un gregario della banda della Magliana, non un personaggio di primissimo piano, ma uno che conosceva bene Enrico De Pedis «Renatino», e i suoi segreti. Il suo curriculum racconta di rapine, estorsioni, ma mai di condanne per omicidi tant’è che ora è libero.

Sarebbe questo l’identikit del telefonista che spiegò di chiamarsi Mario e che chiamò a casa di Emanuela Orlandi il 28 giugno del 1983, sei giorni dopo la scomparsa della figlia quindicenne del postino personale di papa Wojtyla, commesso della segreteria vaticana.

Rileggetevi a spizzichi l’Italia dell’epoca e forse comincerete a capire quanto la cosiddetta pregiudiziale anticomunista (per gli USA antirussa) abbia pesato nel formarsi di una classe quasi dirigente subalterna e disposta a tutto. La stessa classe dirigente che trova normale sottostare a un governo come quello di oggi.

Mi viene un dubbio: ma non è che in fondo Renato Brunetta sia ruspantamente migliore?