adesso Vi spiego tutto: parola de Il Sole 24 Ore

La crisi di Dubai World era già scritta

Nessuno tra gli addetti ai lavori, analisti e giornalisti finanziari se n’era accorto. I segnali che qualcosa a Dubai non stava andando per il verso giusto, erano già lì, scritti nero su bianco. Il 22 Novembre, KIPPREPORT, il quotidiano on line di Dubai specializzato in affari economici, pubblicava un articolo sul giro di poltrone che ha portato al licenziamento i direttori generali e gli executive delle società che gestiscono i progetti, i pacchetti azionari e i fondi, i cui budget miliardari dovevano garantire la trasformazione sostenibile della città di Dubai in una dream city.
Uno shake up voluto e implementato direttamente dallo sceicco di Dubai Mohammed Bin Rashid al-Maktoum in persona. In un colpo solo hanno perso il posto Omar Bin Sulaiman governatore del Dubai International Financial Centre (DIFC); Mohammed al-Gergawi,Sultan Ahmed Bin Sulayem e Mohammed Ali Alabbar, consiglieri della maggiore Holding company di Dubai (Investment Corporation of Dubai); Mohammed al-Gergawi chairman di Dubai Holding; Mohammed Ali Alabbar chairman di Dubai Emaar Properties; e, last but not the least, il sultano Ahmed Bin Sulayem, chairman di Dubai World.
Al loro posto, lo sceicco Maktoum ha messo figli, nipoti e qualche personaggio di fiducia.
Non a caso, il pezzo s’intitola "E’ un affare di famiglia, per ora". Che fosse solo una questione di famiglia, e non un affare che nel giro di una settimana avrebbe influenzato lo stato della finanza internazionale, era la conclusione di un articolo pubblicato il 23 novembre dal portale Maktoob News, il sito news più in ascesa del mondo arabo recentemente acquistato dal gruppo Yahoo.
L’articolo, intitolato "Uno shake up per rifare il look a Dubai", senza andare troppo in profondità, infondo si parla di immagine, propone la consueta e professionale rassegna di commenti autorevoli e tutti sulla stessa falsariga dell’analista Sulaman al Hattan, Ceo di Arab Strategy Forum che a Maktoob News ha dichiarato: «Dubai è alla ricerca di un nuovo inizio sulla base delle nuove realtà. Sono stati fatti degli errori nel settore del real estate ma ora l’economia torna alle sue fondamenta basilari». Ma rimane pur sempre nelle mani di una famiglia, quella dello sceicco Maktoum.
Il monopolio non preoccupa Saud Masud, l’analista di punta di Ubs a Dubai, secondo il quale, il monopolio familiare non rappresenta un fattore negativo «in quanto permette di scegliere i migliori talenti e massimizzare l’esecuzione dei processi come il consolidamento della leadership e l’esecuzione delle prassi operative». Bella frase ma poi? La cosa interessante è che nessun giornalista specializzato, nessun analista che ha sotto il suo radar il business negli Emirati, nessuno dei così detti attaché economici delle ambasciate e nessuno tra gli esperti delle camere di commercio all’estero ha letto o ha interpretato bene gli articoli pubblicati dalla stampa araba in questione. In fondo, se da una mattina all’altra saltano tutti i manager di punta delle aziende pubbliche e private di un paese, qualche riflessione la stampa specializzata e gli addetti ai lavori avrebbero potuto farla. Probabilmente c’è penuria di persone qualificate che riescano a interpretare cosa ci sia scritto tra le righe degli articoli pubblicati dai quotidiani arabi governativi e che siano in grado di entrare nei palazzi della politica degli Emiri a fare domande toste e pretendere di aver accesso ai bilanci delle aziende. Inoltre non bisogna ignorare che per legge, i giornali degli Emiri non possono pubblicare notizie, anche se vere, che siano potenzialmente nocive all’immagine, alla reputazione della famiglia reale e all’economia del paese.
Ma c’è anche una questione di linguaggio. Nel tentativo di arrivare ad interpretare la realtà dei fatti, è facile perdersi nel labirinto dei nomi dei diretti interessati. Sono più gli aggettivi e i sostantivi utilizzati per descrivere chi è lo sceicco di turno, vedi lo sceicco Ahmad Bin Saeed Al Maktoum chairman di Dubai Civil Aviation Authority, Chairman e Chief Executive dell’Emirates Airline e Chairman del Dubai Government’s Supreme Fiscal Committee, che i vocaboli utilizzati per inquadrare il futuro prossimo delle dinamiche finanziarie del paese. «Il governo», si legge in un articolo di GulfNews pubblicato lo scorso giovedì «è impegnato nella ristrutturazione di Dubai World e nel suo successo commerciale» di cui questo sceicco Ahmed è ora responsabile. Qui prevale la fiducia. Se un manager ha così tanti titoli e responsabilità, come si fa a mettere in dubbio le sue competenze e le sue capacità?
C’è anche un deterrente a metà tra il deontologico e il profano: l’alone di sacralità che definisce l’identità della finanza islamica come suprema garanzia di credibilità perché si basa su " fondamentali" di natura etica.
Ciò mette i giornalisti occidentali sulla difensiva quando certe dinamiche macroecominche, i trend locali, o i numeri preceduti da un segno meno, metterebbero invece in evidenza che nei mercati finanziari non c’è provvidenza islamica che tenga. In un periodo storico dove una parte della stampa occidentale esaspera in negativo tutto quello che si riferisce al mondo islamico, mentre un’altra parte fa finta di non vedere nel nome del relativismo islamico corretto i difetti di sistema di quel mondo, per chi è super partes sembra quasi di commettere un peccato deontologico mettere in discussione l’infallibilità della finanza islamica e confrontarla con la finanza creativa made in Wall Street.
E chi poteva prevedere lo tsunami finanziario della settimana scorsa, ha preferito tacere o non capire quello stava succedendo. Non accettare i propri fallimenti e i difetti di sistema in una realtà dove le percezioni fanno credere che possa nevicare nel deserto perché così ha stabilito uno sceicco, è una prassi tipica dei paesi non democratici. «Il mondo non ha ancora capito che un punto di forza di questo paese è la sua capacità di ammettere e correggere i propri fallimenti. E’ questo è uno dei nostri più grandi asset» ha detto recentemente l’ex speaker del Congresso americano Newt Gingrich guarda caso a un giornalista di Al Jazeera che cercava di mettere in evidenza gli effetti speculativi generati dal liberalismo economico delle amministrazioni di Clinton e di Bush. Gingrich fu anche l’ideatore dello slogan " il Contratto con l’America" nel 1994. Il motto e la sua dettagliata agenda di proposte legislative, furono premiati dagli elettori. Chi ha premiato il contratto con i sudditi negli Emirati?
Chiedetelo ai giornali arabi e ai loro lettori.
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Non so quanti siano riusciti ad arrivare fin qui, quello che non stupisce mai è come, dopo, sia così semplice attribuire ogni colpa ai cattivi che, in fondo, fanno quel che tutti i giornalisti non solo economici fanno abitualmente: legare l’asino lettore dove vuole il padrone dei giornalisti. Qualche giorno fa, prima del black-out personale di mister wind sul mio pc mi facesse finalmente tacere, sottolineavo le strane visite del nostro PdC piene di lodi e di salamelecchi.
Qualcuno evidentemente aveva annusato e tra birbanti ci si capisce forse meglio.
Quanto poi alla sacralità araba, mussulmana o maomettana che sia, evidentemente ci sono molti giornalisti che sono o troppo giovani o troppo smemorati, chissà se sanno che esiste GOOGLE dove cercare qualche ricordo magari impostando IOR o BANCO AMBROSIANO, con tutti i contorni di P2, impiccati sotto i ponti inglesi e simili piacevolezze. Allora chi avrebbe mai voluto mettere in dubbio quel che altri sacri sogli dichiaravano e facevano!
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Di questo articolo c’è tuttavia un apprezzamento condivisibile, quello sul mondo USA, lì, non sempre ma ogni tanto sì, chi truffa, chi sbaglia è velocemente condannato e messo da parte mentre quasi sempre da noi costruisce le leggi e mantiene il potere. La differenza fra la democrazia vera e altri apparenti regimi cosiddetti democratici è che è comunque inevitabile che anche ladri e disonesti possano andare al potere ma nella democrazia vera prima o poi vengono mandati a casa e persino in galera e, guarda caso, non per volontà dei politici ma per decisioni di giudici.