e vinceremo in terra in cielo e in mare, è la parola d’ordine d’una suprema volontà… sono abbastanza vecchio per averla cantata e perchè mi venga in mente riprendendo un articolo de Il Messaggero di Mario Ajello sulla guerra che coinvolge il nostro vecchio DUCE e il non poi troppo giovane HO CHI FIN.

ROMA (2 dicembre) – Guerra di cielo, di terra e di mare? Sì. Ormai si combatte su ogni terreno la battaglia fra Re Silvio e Ho-Chi-Fin, come beffardamente i berluscones chiamano il guerrigliero comunista Fini. E manca soltanto, per ora, il terreno della battaglia elettorale. «Se si presenta alle elezioni, Gianfranco prende il due per cento, come Storace e la Santanchè!», è il ritornello quotidiano del Cavaliere. Che schiuma rabbia per l’ingrato, lo sleale, il traditore.

La guerra totale è una guerra sul campo delle video-immagini, come dimostrano le sequenze di ieri al convegno di Pescara con tanto di esplosivo fuori onda finiano. E la memoria corre anche a un’altra scena, cult, che riguarda la storia di questa coppia che va avanti da 16 anni, burrascosamente. Durante il battibecco in mondovisione fra Berlusconi e Schulz nel 2003 («Lei è un kapò!») si vede Fini al fianco di Silvio con la faccia livida per la vergogna e un atteggiamento di distanza siderale dal collega e alleato cui poi dirà: «Avresti dovuto chiedere scusa al Parlamento Europeo».

Sarà video-scontro anche nel 2007, quando il Cavaliere fa mandare in onda da «Striscia la notizia» quel vecchio filmino di serie C sull’amore fra l’anziano Gaucci e la giovane Elisabetta Tulliani, che s’era da poco fidanzata con Gianfranco. Fini non gradisce, trova l’iniziativa berlusconiana di pessimo gusto. Ma Silvio replica: «Ma io che cosa c’entro con Mediaset?!».

Un po’ come fa ogni volta – e qui siamo sul terreno della guerra cartacea – che «Il Giornale» attacca il suo rivale menando fendenti che il presidente della Camera trova insopportabili. «Fini rientri nei ranghi», «Fini o s’adegua o va fuori dal Pdl», «Fini ha detto che Berlusconi è morto» (smentita di Gianfranco: «Non l’ho mai detto e non lo penso») e via così sempre di più e sempre più forte. Il «Compagno G» protesta e Silvio: «Vedi, Gianfranco, Feltri fa di testa sua, io non c’entro niente in queste storie».

E’ video-guerra; è guerra cartacea; è guerra parlamentare (il 21 dicembre alla Camera sulla legge per la cittadinanza finiani e democrat faranno forse alleanza contro berlusconiani e leghisti); è guerra di trincea (con i finiani che sparano dal loro quartier generale della fondazione Farefuturo); è guerra di movimento («Io continuerò sempre a dire la mia», minaccia Ho-Chi-Fin); è guerra sulla libertà interna al Pdl («Il partito non è una caserma», dice uno e l’altro: «Chi non segue la linea della maggioranza va fuori») e sull’immigrazione e sulla bioetica e sulle riforme istituzionali e sul processo breve diventato un tira e molla…

Fini sembra prenderci gusto. E bastava vederlo l’altra sera a «Porta a Porta»: sicuro, tranquillo, per nulla intimorito dal terribile scontro in atto. Ora, si sente addirittura un intellettuale, forte del suo pensosissimo libro intitolato «Il futuro della libertà» e sta portando il tono dello scontro anche sul piano dei massimi principi. Cita Calamandrei, Kelsen, Dahrendorf, Stiglitz, lui che s’avvicinò alla politica trascinato dal John Wayne di «Berretti verdi». E s’intrattiene sulle teorie di Alexis de Tocqueville, parlando in realtà di Silvio. Ricorda che il pensatore francese descriveva il despota come una persona intenta soltanto «a procurarsi piaceri piccoli e volgari», per soddisfare i propri desideri. «Il despota è estraneo al destino di tutti gli altri. Vive in se stesso e per se stesso».

Pensieri così, demolitori, sono il contraltare del «Fini l’ho inventato io, ma lui non capisce che, se cade il sottoscritto, lui non ha futuro». Ho-Chi-Fin vede Re Silvio come un «monarca assoluto», o come un piccolo Peron. Silvio vede Gianfranco come un magniloquente che s’atteggia a De Gaulle, che s’è montato la testa e che scimmiotta Napolitano con il quale oggi farà una commemorazione di Nilde Jotti a Montecitorio. La ”colomba” Gianni Letta fatica a ricomporre il rapporto fra i due, che umanamente non esiste più.

E non c’è più nemmeno la mamma di Fini. Alla quale, dopo l’ennesimo scontro, il Cavaliere si rivolse così: «Lei, signora, è quasi più bella di suo figlio. Perchè non viene a cena da me, insieme a Gianfranco, una di queste sere? Così, magari, lei ci mette le mani sulla testa e ci dice di fare i bravi e di andare sempre d’accordo». La cena non ci fu, e l’incomunicabilità – nonostante qualche caffè preso insieme o altri inutili abboccamenti – è diventata una malattia endemica.