il senso del discorso è chiaro: per favore la mafia è un problema, ma non esageriamo! (la frase esatta da Il Messaggero: Mafia, Berlusconi: è un fenomeno da estirpare, ma contenuto).

poi capita di leggere la cronaca di una città che in questi problemi, su cui non si deve esagerare, è immersa e capita di sentir raccontare cose che in altri tempi potrebbero essere tranquillamente il canovaccio di un dramma tragico e commovente nel suo insieme. Uno di quei drammi su cui costruire una serie di puntate televisive certi di raccogliere audience e consenso, ma è meglio di no, il popolo potrebbe capire il significato profondo del crimine organizzato e degli effetti della sua invasività.

NAPOLI (6 dicembre) – Aveva accarezzato un sogno – un lavoro, una fidanzata, qualche amico – poi quando ha capito che il boss non gli avrebbe dato tregua è crollato. E si è tolto la vita, un suicidio che vale quanto il rifiuto di vivere da camorrista , anzi, da fiancheggiatore del sistema criminale creato da Carmine Sacco, il boss emergente ucciso a 28 anni assieme al padre Gennaro.

Una storia amara, quella di Pasquale Marra, pizzaiolo 35enne che da giovanissimo sognava di fare una sola cosa nella vita: impastare e farcire pizze davanti a un forno a legna, avere un po’ di tempo da dedicare alla fidanzata, semmai bere una birra al riparo da azioni criminali e retate di polizia.

Un sogno troppo grande qui tra Secondigliano e San Pietro a Patierno, terra bagnata da infinite faide e scissioni, che ha spinto un trentacinquenne a togliersi la vita in modo plateale: uccidendosi con la pistola che il boss gli aveva imposto di nascondere, contando sulla sua lontananza dai circuiti criminali che contano.

Una morte che non è passata inosservata, al punto tale da rendere necessaria l’apertura di un’inchiesta per istigazione al suicidio. Una storia amara, che emerge dagli atti del fermo spiccato due giorni fa dal procuratore aggiunto Sandro Pennasilico e dai pm anticamorra Stefania Castaldi e Barbara Sargenti, contro i vertici del clan Bocchetti. È la stessa indagine che fa chiarezza sul probabile movente dell’assassinio di Mariano Bacioterracino (11 maggio, quello del videochoc alla Sanità), ma anche del duplice omicidio di Gennaro e Carmine Sacco (24 novembre, San Pietro a Patierno), e che racconta oggi una vicenda diversa, scandita sempre e comunque da sofferenza e paura.

Sentimenti che spingono Pasquale Marra, il pizzaiolo, ad uccidersi con un colpo di pistola alla bocca. A leggere le carte della Dda, non è il gesto di uno squilibrato – è bene chiarirlo subito – ma un atto di liberazione dalla camorra. Un rifiuto, una liberazione. E ad accendere i riflettori sul suicidio di Pasquale Marra (il 28 maggio del 2005, aveva 35 anni), ci ha pensato di recente il pentito Carmine Sacco (solo omonimo del dispotico boss emergente ucciso assieme al padre).

Tanto che oggi, il nuovo collaboratore di giustizia ha provato a spiegare come fossero brutali padre e figlio, proprio ricordando il suicidio del pizzaiolo: «A Secondigliano lo sanno tutti, Pasquale si uccise perché non riusciva a farsi una vita propria, neppure ad uscire con la fidanzata. Carmine Sacco – aggiunge il pentito omonimo – gli aveva dato un posto di pizzaiolo nel suo ristorante di San Pietro a Patierno, ma pretendeva anche che stesse sempre a disposizione.

Per qualsiasi cosa: vuoi per custodire una pistola, vuoi per conservare una pacco di droga». Terrore e disperazione, hanno fatto il resto. Specie, quando il povero Pasquale Marra ha capito che da quel tunnel non sarebbe mai più uscito e che non avrebbe potuto sottrarsi del tutto alle richieste dell’emergente Carmine Sacco: «Si uccise proprio con la pistola che Carmine gli aveva imposto di custodire – aggiunge il pentito omonimo del 28enne ucciso -. A Secondigliano lo sanno tutti: in fondo, Pasquale voleva solo fare il pizzaiolo».

Un racconto che spiega tante cose, che mette a fuoco il temperamento del 28enne, ma anche la decisione della camorra di Secondigliano di uccidere padre e figlio: arrogante, violento, non ancora trentenne, faceva piazzate a tutti. Carmine Sacco non faceva girare i soldi del «sistema», ma comprava auto di lusso, viveva in una casa costosa e faceva la bella vita con moglie e figli: «E stressava tutti – spiega il nuovo pentito – fino al terrore e alla disperazione».

È la faccia peggiore di una camorra sempre più sanguinaria, anche a leggere la ricostruzione dei pm, che commentano ad esempio la decisione di Vincenzo Caiazzo (in cella due giorni fa) di convocare un intero nucleo familiare come punizione dopo un litigio tra ragazzi: «La sete di vendetta per un episodio di alcuno spessore – scrivono i pm – deve dispiegarsi non solo contro il giovane coinvolto, ma anche contro i genitori e i fratelli più piccoli. Vendetta che rimanda alla più classica e bieca iconografia dei boss, divenuta letteratura, di cui gli stessi camorristi si cibano, agendo contro gli inermi e onesti cittadini». Sono gli stessi «biechi modelli» che Pasquale Marra, il pizzaiolo, ha rifiutato togliendosi la vita.

E in fondo il Boss di tutta l’Italia, almeno vedendo la scattante obbedienza dei caporali PdL, ha lo stesso concetto totalizzante di adesione alla volontà del capo. E’ augurabile che non venga alla fine trattato come il padre e figlio Sacco, anche se è probabile che la camorra abbia degli anticorpi migliori di quelli del PdL.