quando molti anni fa decisero, con ragione, che era bene mi togliessi dai piedi, mi misero a "dirigere" la biblioteca di facoltà (ero tecnico laureato incaricato), in pratica a spolverare i libri e fare fotocopie, potei finalmente dedicarmi a quella attività che mi piaceva di più: leggere, consultare, sfogliare per me, ma anche per chiunque mi chiedesse una mano.

una abitudine che avevo da sempre ma che il mio prof della IIE dell’Oberdan di Trieste mi aveva insegnato a razionalizzare e, soprattutto, mi aveva insegnato dove trovare le miniere, biblioteche grandi e piccole, e come scavare i cunicoli, allestire i pozzi e, possibilmente ma è la parte per me più difficile, accumulare ordinatamente a futura memoria.

anni preistorici cominciati nel 1952 e poi sviluppati di più dal 1960 in poi, c’erano allora le schede perforate. Oggi c’è ben altro.

perchè questo incipit? perchè fu allora che mi abituai alla consultazione continua di quello che per i chimici d’allora, e in parte ancora di oggi, era la fonte primaria: i Chemical Abtracts, raccolta di recensioni/riassunti brevi di quanto si pubblicava, e ovviamente si pubblica, nel mondo accademico ma anche tecnico e industriale.

il mio iniziale stupore era per la sovrabbondanza di articoli giapponesi, indiani e anche cinesi, economie e paesi usati come luoghi di riserva per produzioni a minor costo e  bassa tecnologia e, intanto, erano sempre più presenti anche da noi borsisti da quei paesi magari di rimbalzo dagli USA.

E adesso presentano il conto.

Mentre USA e anche GB li usavano come luoghi di lavoro in conto loro, quelli non si limitavano a fare i servi stupidi, come molti nostri terzisti fanno semplicemente lucrando sopra il minor costo della mano d’opera o l’elusione ed evasione fiscale.

Semplicemente acquisivano informazione, preparavano quadri, studiavano miglioramenti e razionalizzazioni e contemporaneamente favorivano l’invio all’estero dei propri giovani e irrobustivano i loro centri di ricerca e di studio superiore.

Per questo adesso sono in grado di alzare la voce, adesso che il ricco e indolente occidente va a rimorchio non solo di conoscenze ma anche di competenze, quello che noi snobbiamo perché finanza e simili appaiono meno faticosi e più redditizi. Ed è vero, ma lo sono per i pochi ed è una scelta che un tempo si sarebbe detta di classe e che stranamente trova consenso proprio nella destra, anche se è una destra, non stranamente, populista e incolta, anche dal punto di vista tecnico.

Ecco perché la stretta alleanza fra Cina e India un tempo così in competizione, al tempo cioè in cui erano costretti a fare i servi, adesso non lo sono più perché hanno camminato con testarda costanza nell’arricchimento vero, quello della conoscenza e senza condizionamenti di dogmi, parrucconi e tonaconi.

«Kyoto non si negozia». I grandi Paesi in via di sviluppo Cina, India, Sudafrica e Brasile, insistono sull’importanza del Protocollo di Kyoto, che resta «lo strumento legale» fondamentale per chiedere ai Paesi industrializzati di ridurre del 40% le loro emissioni di gas serra rispetto al 1990. La posizione comune è contenuta in un documento scaturito da una riunione a fine novembre. In particolare, e questa rappresenta una posizione di cui il mondo ‘riccò presente a Copenaghen dovrà tenere per forza conto, in risposta alla bozza della presidenza danese circolata nelle ultime settimane e che i Paesi in via di sviluppo hanno bollato come inaccettabile, il testo, che insiste sull’obiettivo di limitare l’innalzamento medio della temperatura del pianeta ad un massimo di 2 gradi, chiede un secondo periodo di impegno per la riduzione dei gas nocivi dal 2013 al 2020. Un periodo, si legge nel documento, che «riprenderebbe gli impegni assegnati nella prima fase (2008-2012) moltiplicati per otto». Il testo invita inoltre «i Paesi sviluppati che non hanno sottoscritto il Protocollo», vale a dire gli Stati Uniti, ad aderire agli stessi impegni di Kyoto.

L’Europa. Riuniti a Bruxelles, per l’ultimo vertice della presidenza svedese di turno della Ue, i leader europei cercano una posizione comune. Si parla di aiuti immediati per circa sei miliardi di euro da destinare ai paesi più poveri tra il 2010 e il 2012, ma il passaggio dal 20% al 30% dell’obiettivo di riduzione di emissioni di gas ad effetto serra, entro il 2020 rispetto al 1990, appare complicato e resta condizionato ad impegni «comparabili» degli altri partner, in primo luogo degli Usa.

Il problema dei finanziamenti. Il magnate George Soros ha presentato la sua ricetta: le nazioni sviluppate potrebbero investire una parte dei loro 283 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo dell’Fmi in progetti per il taglio delle emissioni nei paesi emergenti. Progetti che pagherebbero gli interessi sui proposti cento miliardi di dollari da spendere nel prossimo decennio. Le riserve di oro dell’Fmi garantirebbero capitale e interessi.

Da Il Messaggero

PS: è ovvio che tra i paesi cosiddetti sviluppati ci sia difficoltà di intesa, troppo diversi al loro interno, anche, o soprattutto, nel ristretto ambito europeo. A parte Germania, Francia e alcuni del Nord Europa che abbinano tradizione manifatturiera e competenza tecnologica, in molti degli altri prevale l’aspetto manifatturiero per conto terzi (in gran parte dell’Est sotto l’influenza tedesca) con conoscenze tecnologiche marcatamente condizionate dal retaggio sovietico e quindi ancora subalterne.

per non parlare di altri come l’Italia o Grecia in gran parte condizionati da una struttura politica e gestionale lontana da ogni razionalità operativa e con un atteggiamento culturale diffuso e dominante da piccolo commercio di rapina.

poi ci sono Balcani e Turchia molto eterogenei al loro interno ma con punte di eccellenza che, se non bastardati come la Turchia da derive religiose, consentiranno loro di porsi in posizione importante.