c’è molto di vecchio ma anche qualcosa di nuovo.

di vecchio, c’è il solito Governo costretto a preoccuparsi e qualche giorno dopo ad autoesaltarsi per le parole di personaggi appartenenti allo stesso gruppo di MAFIA. Superato il grande spavento che i fratellini dicessero qualcosa di pericolosamente vicino al vero eccoli pronti a trastullarsi nello sguardo al futuro. Sembran gli stessi giochini che portaron l’attenzione sugli anarchici di borgata per ritrovarsi non molto dopo, e con almeno un morto suicidato, costretti al segreto di Stato.

di nuovo, un articolo sorprendente sulle pagine de Il Sole 24 Ore a ricordare che son passati 40 anni, ma non invano. Almeno non invano per chi fa un mestiere, un lavoro che non fa progressi se non si sa leggere la realtà. Il mondo dell’Industria, il mondo del Lavoro può tardare a capire ma ignorare quel che è porta al suicidio di ogni impresa economica che non si muova in un ambito fortemente protetto. Ed è forse per questo che la parte politica, storicamente, meno lontana dall’Impresa è in mano a gente notoriamente abituate a stravolgere e manomettere la realtà proprio perchè il loro kapo è il più tipico esempio di produttore e fornitore di illusioni. Ed è ovviamente per questo che proprio il mondo delle imprese in Italia corre grossi rischi sia dalla parte di chi chiamiamo padroni che dalla parte dei collaboratori di ogni livello.

il titolo non sembrava dei migliori: SFUGGIRE AL RICATTO DELLA STRAGE.

Oggi sono quarant’anni esatti dalla strage di piazza Fontana. Molti famigliari delle vittime sono ormai morti, i sopravvissuti attendono ancora giustizia. Le istituzioni dovrebbero rispettare questo elementare diritto e fare di tutto perché esso possa avere la massima soddisfazione possibile; l’opinione pubblica dovrebbe evitare di alimentare due cortine fumogene, all’apparenza opposte, ma in realtà complementari: la cortina del qualunquismo, per cui sulla strage di piazza Fontana non sapremmo mai nulla, trattandosi dell’ennesimo mistero italiano irrisolto da accettare con fatalistica rassegnazione; quella della dietrologia, in cui i sacerdoti dell’occultismo polverizzano la verità in tante infinite personali ossessioni che finiscono per annullarsi a vicenda.

Bisogna sfuggire a questo doppio ricatto, affermando che sulla strage di piazza Fontana e in generale sulla strategia della tensione in Italia, grazie al meritorio lavoro della magistratura e di un’apposita Commissione parlamentare d’inchiesta, sappiamo quanto basta per incominciare a mettere a fuoco il tema sul piano della ricerca storica. S’impongono, però, due passaggi preliminari: bisogna tenere ben presente il nesso nazionale/internazionale e avere la piena consapevolezza che si tratta di una svolta decisiva nella storia dell’Italia repubblicana.

La prima certezza riguarda l’evidenza di una matrice neofascista che ha insanguinato l’Italia dal 1969 al 1974, ossia dalla strage di piazza Fontana a quella di Brescia. Un impasto di reducismo mussoliniano e di nuova militanza delusa dalla progressiva e faticosa parlamentarizzazione del Msi; un grumo di ossessioni razziali e anticomuniste disponibili a farsi infiltrare dai servizi italiani e stranieri e a infiltrare i gruppi anarchici in nome del proprio delirio superomista. Dalla fine del fascismo erano trascorsi 25 anni, e non c’erano solo nostalgie e revanscismi, ma anche conti da regolare con un regime democratico sempre subito, mai accettato.
Alla luce di questa consequenzialità di atti stragisti (6 in 5 anni per un totale di 50 morti) l’argomento che a Milano la bomba sia scoppiata per errore è risibile: la manovalanza che ha partecipato logisticamente all’impresa o ha materialmente portato l’ordigno poteva forse non avere la piena consapevolezza dei suoi spaventosi effetti; ma chi ha organizzato il piano era certo di volere alzare all’improvviso e a sorpresa il livello dello scontro, facendo in modo che la colpa ricadesse sugli anarchici.

La seconda certezza è che alcuni esponenti dei servizi segreti italiani hanno deliberatamente depistato le indagini affinché prendesse piede la pista anarchica e si cancellassero le prove della responsabilità neofascista. È inverosimile ritenere che agissero autonomamente, al di fuori cioé di una precisa catena gerarchica, certo selezionatissima, ma di origine politica e governativa che fu presa in contropiede dagli effetti della strage.

La terza certezza riguarda il contesto internazionale di quegli anni. Il nostro paese era un’isola giovane e democratica in un mare mediterraneo e panfascista: in Portogallo con il regime di Salazar, in Spagna con Franco, in Grecia con i colonnelli. Quest’anomalia italiana dispiaceva a quanti in Occidente ritenevano che ai gesticolanti popoli latini, per loro natura calorosi e decadenti, fosse più consona la sferza di un buon governo autoritario; la democrazia era un privilegio spettante ai popoli del nord, freddi, moderni e protestanti.

C’era un evidente interesse geopolitico, nell’ambito degli equilibri e delle logiche della guerra fredda definiti a Yalta, a tenere l’Italia destabilizzata e sotto schiaffo: prima con il terrorismo nero (dal 1969 al 1974) e poi, come un orologio svizzero, con il terrorismo rosso (dal 1976 al 1982). Sia detto con semplicità e a prezzo di qualche schematismo: per quanto riguarda i nessi e i rapporti internazionali, lo stragismo nero sta al blocco occidentale, come il terrorismo rosso sta a quello orientale. Incentivi, protezioni, garanzie, rifornimenti, lasciapassare, senza però mai perdere di vista che si è trattato di un fenomeno soprattutto endogeno, una maledetta e crudele storia italiana perché ogni popolo al fondo è padrone del suo destino.

L’ultima certezza ha le sembianze del lieto fine: la democrazia italiana, nonostante tutto, ha vinto grazie all’impegno, fra gli altri, di dirigenti politici come Aldo Moro, Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa che hanno combattuto coraggiose battaglie dentro i loro rispettivi partiti, per contenere fermenti sovversivi e autoritari che vi erano presenti. Ma questo risultato non si sarebbe raggiunto senza la vigilanza democratica e la mobilitazione dei grandi partiti popolari e di massa. Si tratta di una lezione politica e civile da non disperdere quarant’anni dopo, che non rimargina la ferita senza giustizia, ma è il modo migliore per onorare la memoria di quelle vittime innocenti.

Io credo che se di nuovo in qualche modo si ritrovasse una qualche unità ideale ed operativa si potrebbe finalmente chiudere quell’orrendo capitolo allontanando dalla gestione del potere gli  irriducibili collusi che ancora sono presenti e ovviamente attivi.