arrivano dal passato ma hanno qualcosa dentro per spiegare certi aspetti del presente e vale la pena riprenderle, con una qualche necessaria premessa.

capita a volte di scegliere letture diverse dal solito, io ad esempio da sempre sono un affezionato lettore dei gialli Mondadori, nonostante la proprietà, che la gestisce da un po’ di tempo, abbia cercato di stravolgere l’impostazione “da club” che da sempre quella collana aveva.

non sempre i manager capiscono quel che decidono e poi i fatti, specie in regime monopolistico come Mondadori si trova di fatto, dimostrano nel seguito che la tradizionale impostazione non era sbagliata e oggi ogni tanto si tenta di ritornare in qualche modo all’antico.

tutto questo per giustificare a me stesso come mai mi sono dedicato a letture “importanti”, tipo autori come Hannah Arendt e Virginia Woolf di cui francamente non certo mi pento e ringrazio anche l’amica che di quando in quando mi ospita per l’ampia miniera di testi che ha accumulato negli anni di maggiore vivacità politica e intellettuale, fortunatamente per me.

della Arendt suggerisco la lettura de La banalità del male, resoconto/saggio (sottotitolo Eichmann a Gerusalemme) di cui suggerisco la lettura ai più giovani di me (dai 60 in giù) specie se disponibili all’ascolto dei dubbiosi sulla soluzione finale. Fra l’altro non è un saggio a senso unico o pietistico o di quelli intrisi di visioni apocalittiche, utile però per spiegare, anche a se stessi, come un popolo, un sistema politico, un intero mondo (comprendo anche gli altri, quelli esterni e nemici della Germania nazista, almeno a parole) abbiano condiviso questa incredibile “soluzione finale” e come le vittime stesse si siano adeguate e abbiano persino collaborato perché il tutto avvenisse nel modo “tecnicamente migliore e più efficiente”.

debbo dire, e lo ricordo sempre, che nella mia prima visita a Dachau, per pura deformazione professionale di tecnico d’azienda, ho notato la razionalità logistica e architettonica dell’impianto, salvo a prendermi a calci mentali immediatamente visto l’obiettivo della “produzione” che da quell’impianto usciva.

ma questa è una semplice premessa di una frase che mi ha colpito, anche perché contribuisce a spiegare molte delle cose che da un po’ di anni avvengono in questa nostra Italia in balia del salvatore di turno.

Tipico fu l’ultimo giudizio che espresse sul conto di Hitler – un argomento che assieme al suo camerata Sassen egli aveva deciso di “espungere” dalla sua storia. Hitler, disse

“Avrà anche sbagliato su tutta la linea; ma una cosa è certa: fu un uomo capace di farsi strada e salire dal grado di caporale dell’esercito tedesco al rango di Fuhrer di una nazione di quasi ottanta milioni di persone… Il suo successo bastò da solo a dimostrarmi che dovevo sottostargli.”

E in effetti la sua coscienza si tranquillizzò al vedere lo zelo con cui la “buona società” reagiva dappertutto allo stesso modo. Egli non ebbe bisogno di “chiudere gli orecchi”, come si espresse il verdetto, “per non ascoltare la voce della coscienza”: non perché non avesse una coscienza, ma perché la sua coscienza gli parlava con una “voce rispettabile”, la voce della rispettabile società che lo circondava.

(Editrice Universale Economica Feltrinelli. Milano Novembre 2005. P. 133.)

PS: per i più giovani suggerisco it.wikipedia.org/wiki/Adolf_Eichmann