a fare il regalo sono gli strumenti internazionali che mettono il timbro VERO a una notizia che sembrava assurda tanto la si diceva enorme ed abnorme.

eppure…

C’è una storia che, se confermata, supererebbe le fantasie dei più macabri sceneggiatori di Hollywood. Secondo il popolare quotidiano svedese Aftonbladet, soldati dell’esercito israeliano avrebbero sequestrato, ucciso e smembrato giovani palestinesi per rivenderne gli organi, a partire dal 1992. La storia è basata su testimonianze di parenti delle vittime e corredata da un reportage fotografico che sembra tratto dalla Terra dei Morti Viventi. Una guerra diplomatica sta infuriando tra Israele e il governo svedese, che è presidente di turno della UE: Netanyahu chiede al premier svedese una ferma condanna, quest’ultimo si rifiuta, citando la libertà di stampa sancita dalla Costituzione svedese, mentre in Israele è scattato il boicottaggio dell’IKEA.

Si potrebbe archiviare la storia tra le “accuse del sangue” della propaganda antisemita, non fosse che, un mese fa, quattro potenti rabbini ultra-ortodossi di Brooklyn sono stati arrestati proprio per contrabbando di organi…

La foto del giovane Bilal risale al 1992, mostra un cadavere sfigurato, con un’enorme cicatrice dal mento all’inguine. Il ragazzo diciannovenne, che per anni aveva lanciato pietre contro i carri armati israeliani a Nablus, venne ucciso in un’operazione dell’IDF e il suo corpo sparì per alcuni giorni. Quando l’esercito lo rese alla famiglia, al momento della sepoltura il sacco si aprì, mostrando l’orribile cicatrice.

Secondo l’IDF il corpo aveva subito un’autopsia a Tel Aviv, secondo i genitori il ragazzo è stato ucciso a sangue freddo e i suoi organi prelevati. Il giornale svedese riporta anche altre testimonianze di parenti di palestinesi rapiti durante i raid dell’IDF, uccisi e poi ritornati con la caratteristica cicatrice “zip” dalla testa allo stomaco.

Nell’articolo viene inoltre riportato uno studio, secondo il quale la metà dei reni trapiantati in Israele dal 2000 ad oggi sono stati acquistati illegalmente in Turchia, Europa dell’Est e Sudamerica. Secondo il giornale, il Ministero della Sanità israeliano è al corrente del fenomeno ma non è mai intervenuto (il Ministero non ha smentito la notizia, riproposta in Israele da Ha’aretz).

L’ambasciatore svedese a Tel Aviv si è affrettato a condannare l’articolo, ma il governo svedese ha censurato l’ambasciatore, ribadendo che in Svezia la libertà di stampa è uno dei pilastri della Costituzione e il governo non deve intromettersi. Il governo israeliano ha denunciato la storia come un caso emblematico del peggiore anti-semitismo. Il ministro degli esteri, Lieberman, ha rievocato a questo proposito il fatto che, proprio come durante la Seconda Guerra Mondiale, la Svezia ancora una volta non fa nulla per salvare gli ebrei.

 Il premier Netanyahu ha rincarato la dose, esigendo “non delle scuse, ma una condanna formale da parte della Svezia.” Il capo dell’Ufficio Stampa del governo israeliano ha infine revocato il pass all’autore svedese dell’articolo e, con macabro umorismo, gli ha chiesto un esame del sangue per accertare se è un potenziale donatore di organi. La reazione del quotidiano Aftonbladet a queste critiche è stata immediata e decisa: l’editore conferma la storia e ne pubblica una seconda puntata, anche in risposta alle accuse di anti-semitismo dei quotidiani rivali.

Questa vicenda ai confini della realtà ha già avuto un risvolto imprevedibile: un migliaio di israeliani hanno dato il via al boicottaggio dell’IKEA di Netanya, nei pressi di Tel Aviv, partendo da una petizione online e promettendo azioni sul campo. Nel frattempo, l’ambasciata svedese a Tel Aviv è presidiata da decine di persone che chiedono scuse formali da parte della Svezia.

Mentre la stampa israeliana, su Yedioth Ahronot, comincia a chiedersi perché il ministro degli esteri Lieberman abbia dato così grande risalto all’articolo invece di ignorarlo, mentre Ha’aretz chiede a Netanyahu di licenziare Lieberman per i danni che sta arrecando al paese.

La veridicità della storia, che se avallata da altre fonti potrebbe portare all’accusa di crimini contro l’umanità, resta tutta da dimostrare. Anche se casi isolati di traffico di organi sono plausibili in un contesto di occupazione militare o di guerra, sembra inverosimile l’ipotesi che l’IDF abbia coperto attivamente il crimine lungo un periodo di diciassette anni. Ma parlando di traffico di organi, non può non balzare alla mente la recente ondata di arresti a New York e in New Jersey.

Cinque rabbini ultra-ortodossi e tre sindaci dell’area newyorchese capeggiavano un cartello criminale dedito, tra le altre attività, al traffico di organi e la contraffazione di borse griffate. Ispirandosi liberamente al celebre sketch sul "trapianto di organi vivi" dei Monty Python, i rabbini convincevano gente bisognosa, ma in buona salute, a cedere un rene in cambio di diecimila dollari, per poi rivenderlo al prezzo di centosessantamila. Resta da chiarire a cosa servissero le borse Gucci taroccate: pare venissero usate al posto di quelle originali, per non rovinarle durante le operazioni di trasporto degli organi. La maggior parte del denaro in contanti utilizzato per le attività criminose era di provenienza israeliana. Anche se per il momento non ci sono legami tra le due storie parallele di traffico di organi, molto resta ancora da scoprire…

E adesso la notizia di oggi, vecchia di qualche giorno ma sempre valida. Unica osservazione, fosse successo in Italia probabilmente avrebbero messo già il SEGRETO DI STATO,  in fondo l’han fatto per molto meno.

All’inizio di settembre un articolo del giornale svedese Aftonbladet aveva scatenato una crisi diplomatica tra Svezia e Israele. Nell’articolo i parenti di un palestinese denunciavano che gli israeliani avevano restituito il cadavere del loro caro dopo averne prelevato degli organi e che il loro caso non era unico.

Immediatamente da Israele si alzò un fuoco di sbarramento feroce che definì "antisemita" il giornale, la Svezia e chiunque prestasse orecchio ad accuse immaginarie. Oggi invece sappiamo che le "l’immaginario furto d’organi" è stata pratica comune in Israele per oltre dieci anni.

A ridurre, solo parzialmente, l’orrore si è venuto a sapere che…

l’istituto forense israeliano Abu Kabir, non ne faceva questione di nazionalità, rubava gli organi senza consenso sia ai cadaveri dei palestinesi che a quelli degli israeliani che transitavano dalla struttura per le autopsie. L’istituto era l’unico istituto di medicina legale del paese ed è al centro di un clamoroso scandalo che riguarda proprio un traffico internazionale d’organi a pagamento (nelle foto la retata negli Stati Uniti).

Alcuni parenti di soldati israeliani morti hanno fatto causa all’istituto fin dal 2001, possibilità per ora negata ai parenti delle vittime palestinesi, perché gli espianti sui palestinesi erano negati dal governo israeliano. Il dottor Hiss, nonostante le pesantissime accuse che comprendevano altre irregolarità (tra le quali una collezione di teschi umani e l’aver taroccato l’autopsia di Rabin), è stato assolto da ogni accusa e protetto dal governo, motivo dell’assoluzione è che Hiss non avrebbe tratto profitto dai suoi reati, perché "il suo unico interesse era l’avanzamento della ricerca scientifica". Una giustificazione inaccettabile e imbarazzante che si è già sentita nel passato, Hiss continua ancora oggi a lavorare come patologo nella stessa struttura e il governo, difendendolo, ne ha condiviso implicitamente l’operato.

L’ammissione è contenuta in una intervista del 2000 all’allora capo dell’istituto Jehuda Hiss, al canale televisivo israeliano Channel 2 TV, intervista che poi non è mai stata mandata in onda, conservando il segreto su questo modo criminale di procedere fino a ieri. L’intervista è andata in onda questo fine settimana e non perché in Israele si stia decidendo una nuova e discussa disciplina dei trapianti, per la quale i donatori di organi acquisirebbero la precedenza nei trapianti sui non donatori.

È stata Nancy Sheppard-Hughes, l’accademica statunitense che aveva intervistato il professor Hiss nel 2000, a decidere di rendere pubblica l’intervista proprio per la delicatezza delle questioni sollevate dall’articolo di Aftombladet. Secondo Sheppard-Hughes l’intervista dimostra che non esisteva un accanimento razzista sui corpi dei palestinesi, ma non si può mancare di notare che nell’esercitare la pratica sui palestinesi i medici israeliani hanno infranto leggi e norme che vanno oltre la deontologia professionale, visto che Israele  non poteva esercitare alcuna sovranità sui corpi degli "stranieri" e ancora meno su quelli dei nemici uccisi in combattimento o durante i numerosi episodi di repressione ai danni della popolazione palestinese. A seguito dell’intervista nessuno ha più avuto il coraggio di smentire nulla, anche perché è arrivata anche la stringata ammissione ufficiale dell’esercito "quelle pratiche hanno avuto luogo" a mettere la parola fine sulla questione.

aftonSe il furto d’organi avesse interessato solo i corpi di cittadini israeliani lo scandalo avrebbe avuto una dimensione esclusivamente nazionale, ma ora che si è saputo che il traffico si estendeva ai corpi dei palestinesi la questione diventa un problema di natura necessariamente internazionale e chiama in causa le responsabilità dei vertici del governo israeliano. Responsabilità relative a crimini gravissimi compiuti nei confronti di una popolazione sotto regime d’occupazione militare, ce n’è abbastanza per un’altra causa per crimini di guerra contro i governi israeliani dell’epoca.

Uno scandalo e un colpo all’immagine che non potrà certo risolversi dando dell’antisemita a caso, ma anche una rivincita del quotidiano e del giornalista svedese che a settembre erano finiti nella bufera, costretti poi a precisazioni pelose per quietare l’assalto della propaganda israeliana e deflettere l’accusa di antisemitismo, portata rabbiosamente e a gran voce da blog e testate filo-israeliane, arrivando a parlare di "matrimonio all’inferno" tra l’Aftonbladet e Hamas. In Italia non era andata molto meglio e nessun politico aveva difeso il diritto di cronaca di fronte alla furia dei soliti noti, che erano giunti a chiedere il boicottaggio dell’IKEA contro i cattivi antisemiti.

Oggi, mentre Google News restituisce oltre un migliaio d’articoli sulla clamorosa conferma, la versione italiana offre solo sei risultati, nessuno dai maggiori quotidiani e nessuno che ricordi l’iniziativa di Fiamma Nirenstein (deputata del PDL con cittadinanza israeliana) che da sola causò un piccolo incidente diplomatico tra Italia e Svezia, approfittando della sua posizione in Commissione Esteri per dare dell’antisemita agli svedesi in nome del governo italiano. Nessuno è corso neppure ad intervistare il ministro degli esteri Frattini, che aveva dismesso come false le notizie pubblicate da Aftonbladet.

Ancora una volta l’uso sistematico dell’accusa di antisemitismo da parte della propaganda israeliana si è rivelato efficace nel ridurre al silenzio le voci critiche con Israele, ma ancora una volta l’accusa si è dimostrata falsa, un’offesa e un insulto alla verità. Chi non ha ragioni da opporre, può ricorrere solo all’insulto, da tempo Israele è ridotto a poter usare solo l’espediente dell’accusa di antisemitismo perché di ragioni nel reprimere e cacciare i palestinesi nei territori, etiche o legali che siano, non ne ha più alcuna.

Ogni riferimento a Capezzone, Berlusconi, Gasparri, Matteoli e tutti quelli che attaccano Di Pietro e la minoranza estremista (noi compresi) è pienamente accettabile e il riferimento non è casuale, la tecnica è sempre la stessa: attaccare, negare, silenziare così la verità non arriverà mai.

Eppure di israele, come degli USA, come molto delle nazioni civili, alla fine si impara e si sa tutto (o almeno quasi), da noi NO, Prodi o Berlusconi tutti con il segreto di stato per metterla nel culo alla verità, secondo una tecnica molto cattolica: i depositari della verità, quella vera, sono solo e sempre quelli, i rappresentanti del POTERE e della GERARCHIA.

buon natale!