istintivamente Gianfranco Pasquino lo leggo con difficoltà, spesso mi sembra che abbia la temperatura di un freezer di cui apri lo sportello al polo e senti ancora più freddo. Sensazione probabilmente diffusa visto che prese il 2% alle elezioni per il Sindaco di Bologna.

stavolta debbo dire che la sua analisi, o forse semplicemente fotografia, di quello che pomposamente si vuol chiamare FEDERALISMO ci stia bene con la sua immagine così fredda e distaccata. E poi, visto l'andazzo del giorno d'oggi, è ancora un giovanotto, anzi un GIOVINOTTO, visto che (CLASSE 1942) non ha neppure ancora 70 anni, anche se, da come scrive, sembra sia stato il compagno di banco e di Ministro di tutta l'Italia politica che rotola su quegli scranni da oltre 150 anni.


 
POL – *Federalismo: triste, solitario y final

Roma, 7 feb (Il Velino)Il frettoloso decreto sul federalismo municipale prodotto dal governo Berlusconi-Bossi è, come ha seccamente notato il presidente della Repubblica, “irricevibile”. La reazione dei popoli padani può essere definita “triste”. Oppure no: non se ne è accorto nessuno. Quel municipalismo lì, come dice la parola stessa, ha pochissimo a vedere con il federalismo, anzi, un bel niente. Per di più, rischia anche di aumentare le tasse, non di diminuirle. Non è neppure chiaro se responsabilizzi davvero le classi dirigenti federali, pardon, municipali.

La tristezza sta cogliendo anche lo stesso “federalismo”. Infatti, si sente doppiamente “solitario”. Da un lato, poiché, quando si faranno i conti, anche quelli monetari e fiscali, tutti potranno vedere che il federalismo, se i decreti attuativi verranno davvero approvati e emanati, è la sola, proprio l’unica riforma sulla quale la Lega ha messo il suo timbro. Dall’altro, è un federalismo molto solitario poiché non esiste nulla di neppure lontanamente simile e comparabile né nei paesi che si sono costituiti federali né negli Stati che hanno in seguito, di recente (la Germania dopo il 1949 e il Regno Unito da un decennio o poco più a questa parte), proceduto con cautela e intelligenza al decentramento politico accompagnando la cessione di poteri con nuove modalità di rappresentanza delle assemblee locali.

Un governo, come quello guidato da Berlusconi, che tutti dicono essere profondamente influenzato, fino alla sua più o meno anticipata conclusione, da Bossi, ha fatto poche cose, ma, tranne questi brandelli di federalismo municipalista, sono state tutte volute dal capo del governo e non dal suo maggiore alleato. A riprova sta il fatto che la Lega ha costantemente, da almeno otto mesi a questa parte, minacciato di andare a nuove elezioni se non venisse approvato il federalismo, e poi è rimasta praticamente in silenzio di fronte alla recente sconfitta nella Bicameralina che ha bocciato il piccolo federalismo.

Adesso, Berlusconi lo ha immediatamente sottolineato, non è proprio il caso di andare ad elezioni anticipate. Le mani di Bossi, Calderoli, Maroni contengono soltanto un pugno di mosche, per natura poco federaliste. Quelle di Berlusconi sono occupate a fare telefonate ai talk show televisivi e radiofonici e ai convegni di un po’ tutti gli eventuali alleati futuri. Il governo del fare il federalismo non l’ha fatto.

Eppure, Bossi può rivendicare almeno un successo grande e, probabilmente, duraturo, che consiste nell’avere imposto da vent’anni e più all’agenda politica del paese un problema, il federalismo, del tutto estraneo alla tradizione e alla pratica dello Stato e dei governanti italiani. Alla ricerca del 10 per cento dei voti della Lega, nient’affatto motivati esclusivamente e, forse, neppure principalmente, dal federalismo, sembrano diventati quasi tutti federalisti, persino i potenti ex di Alleanza Nazionale (La Russa e Gasparri, in attesa della nuova recluta Storace: tutti notori pensatori del federalismo solidale). Persino gli ex-comunisti, ricordando lo scintillante federalismo dell’Unione Sovietica, si dichiarano tali.

Nessuno ha saputo o voluto entrare nel merito delle modalità scelte per fare il federalismo. Le scelte attuative sono state formulate da Calderoli, ovviamente autorizzato da Bossi, e hanno come unico limite quello, che si vedrà essere abbastanza costrittivo, dei calcoli di Tremonti.

Il paradosso è che, mentre si va faticosamente e confusamente, in ordine alquanto sparso, celebrando il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, il federalismo leghista pone il punto final su quell’esperienza,ma non ritiene affatto di farlo sapientemente riferendosi al pensiero di colui che aveva un’altra idea d’Italia: Carlo Cattaneo.

Il federalismo non è soltanto una faccenda tecnica di diversa distribuzione di poteri, funzioni e fondi tra un centro e le periferie. Ha bisogno di una cultura dell’autonomia e della responsabilità. Nulla di tutto questo si affaccia nel dibattito storico e politico italiano.

Il rischio è che messa la parola fine all’esperienza unitaria italiana, nessuno sappia e riesca dire anche come rendere “finale”, ovvero certificato e completato, un decente procedimento di devolution, di concessione di autonomia a quelle entità italiane capaci di esercitarlo per migliorare la qualità della vita dei loro cittadini. E se final venisse tradotto “adesso, basta così: ricominciamo da capo”?