in questi giorni di baraonde di borsa, di chiacchiere ricicciate, di bausciate governative, c'è una frase che mi ha colpito anche se compare su pochi articoli e anche allora quasi di scorsa veloce, non si sa mai che QUELLOLA' senta.

Il presidente della Bce non rinuncia – nella sua ricostruzione della crisi – a togliersi qualche sassolino dalla scarpa: »Italia, Francia e Germania – dice all'ANSA – purtroppo furono unite nel 2004 nel chiedere un indebolimento del patto di crescita e di stabilità europeo« contro l'opinione della Banca centrale europea. E proprio l'indebolimento del Patto di stabilità, con un atteggiamento »benevolente« nei confronti dei Paesi che sforavano sul deficit, è all'origine dei maxi-deficit che hanno attirato gli attacchi dei mercati e scatenare la pioggia di vendite di questi giorni: »non c'è stata sufficiente comprensione in tutti i Paesi, non in Italia in particolare, che il Patto di stabilità era assolutamente essenziale, un elemento chiave dell'unità monetaria europea«.

Nello stesso articolo una perla, che svela come all'estero la povera Italia abbia inviato accattoni per chiedere aiuto. Avevo infatti notato recentemente strani articoli positivi verso la Cina persino sui giornali vicini vicini persino alla LEGA. Al dunque però sembra che Pechino non voglia fidarsi dei magliari italiani, almeno finché non cambi l'atmosfera nelle città italiane verso la eccessiva laboriosità cinese. 

Dal banchiere francese (sempre TRICHET), infine, arriva un »no comment« a quanto riportato dalla Reuters su una dichiarazione del ministro dell'Economia, Glulio Tremonti a proposito dell'EUrotower. Secondo l'agenzia di stampa, oggi il ministro ha detto che, quando il suo dicastero ha parlato con i partner asiatici, questi hanno risposto »se la vostra banca centrale non compra i vostri bond perchè dovremmo comprarli noi?

Tornando al patto di stabilità europea e il suo allentamento nel 2004 grazie al "buon" lavoro del nostro Silvio, in effetti quest'ultimo si ivelò ottimo venditore. L'Italia aveva quasi dieci anni prima raggiunto un livello di debito, rispetto al PIL, simile a quello attuale. Ci fu l'esperienza del Governo Amato (su cui tornano spesso a DESTRA parlando di mani nelle tasche) che fece un prelievo in tutti i conti, attivi e passivi, seguito da una serie di governi la cui principale preoccupazione fu chiudere i bilanci italiani in attivo così da avere danaro per il debito.


La situazione cambiò nel decennio successivo. Nel 1981, con il cosiddetto divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, quest'ultima non fu più obbligata a pagare il debito attraverso l'emissione di moneta. Da questo momento in poi, senza né inflazione né emissione di moneta da parte della banca centrale, il debito crebbe senza controllo, poiché né si diminuì la spesa pubblica, né ci fu un aumento delle tasse. Il culmine fu raggiunto nella prima metà degli anni novanta. Nel 1994, infatti, fu raggiunto il record di un indebitamento pubblico al 121,8% del PIL, mentre quelli di Francia, Germania e Regno Unito si attestavano rispettivamente al 49,4%, 47,7% e 43%[23]. A questo punto la riduzione del debito non era più prorogabile, soprattutto se l'Italia voleva entrare nella nascente Unione Monetaria Europea. Infatti secondo il Trattato di Maastricht, il rapporto deficit/PIL doveva essere sotto il 3%, e il rapporto debito/PIL sotto il 60%; e nel caso questi parametri non fossero rispettati, bisognava dimostrarsi in grado di avvicinarcisi il più velocemente possibile. Fu così che a partire dal 1992 la politica economica del Paese si concentrò principalmente sulla riduzione del disavanzo del bilancio delle amministrazioni pubbliche e sulla conseguente riduzione del debito nazionale.
 

C'è quindi da sfatare un altro ritornello così frequente nelle parole di certi Ministri, specie se di origine craxiana e per questo ben certamente consapevoli delle verità del passato, quello cioè che responsabili del debito siano da cercare nel passato..

I governi italiani che si succedettero negli anni novanta si orientarono così su tagli alla spesa e sull'adozione di nuove misure per aumentare le entrate. Dal 1991 al 2008 l'Italia godette di un avanzo primario di bilancio, al netto dei pagamenti di interessi. Il disavanzo complessivo della pubblica amministrazione, comprendente gli interessi, scese allo 0,6% del PIL nel 2000, da valori in media di oltre il 10% a cavallo tra gli anni ottanta e novanta.[24]. L'Italia venne così ammessa all'Unione economica e monetaria dell'Unione europea (UEM) nel maggio 1998.

Parallelamente, il debito pubblico, dai massimi del 1994 (121,8%) scese costantemente fino al 103,8% del PIL nel 2004, ma da allora ha iniziato lentamente a risalire, con un'accelerazione nel 2009 (quest'ultimo aumento in parte a causa della maggiore spesa pubblica effettuata dal Governo per contenere la crisi, ma anche per la diminuzione del PIL). Il rapporto debito/PIL è salito ancora nel 2010.

Cosi WIKIPEDIA ed è storia di oggi che siamo al 120% proprio grazie allalarghezza e comprensione dimostrata verso il mondo del FARE che non andava toccata dalle tasse e dalla evasione, pallino per sè e per il suo mondo del Berlusconi, dei trafficoni e traffichini e LEGA felicemente al seguito, tanto le tasse e i tagli e gli interventi sulle pensioni toccavano agli altri.

Ed ecco adesso il grido  di dolore

«Niente da fare, questi vogliono lo scalpo di Berlusconi e non si fermeranno finché non si dimette». Nel commento sconsolato di uno dei parlamentari più in quota nel Pdl di fronte al crollo degli indici di borsa sta tutta la sindrome di accerchiamento vissuta dal governo in queste ore mai così drammatiche di crisi dei mercati. Lo spettro dei poteri forti torna ad aleggiare sul Belpaese dalle macerie dei titoli di Stato.

Da un lato ci sono gli speculatori d’Oltreconfine che bombardano l’Italia colpendo non più solo le banche ma anche l’economia reale, ovvero le imprese. Dall’altro ci sono le lobby nostrane da sempre ostili al Cavaliere, che hanno ricominciato a prendere a sassate Palazzo Chigi per mano di Sergio Marchionne, guarda caso proprio il giorno dell’intervento del premier in Parlamento.

Mentre a Roma il Cavaliere assicurava che «il Paese è solido», a New York il chief executive di Fiat-Chrysler denunciava che «l’Italia è senza leadership». Per carità, nessun riferimento al presidente del Consiglio, ha tenuto a precisare il portavoce dell’ad della Fiat. «E a chi altri vuoi che si riferisse?», ride amaro un esponente di governo, che considera «a dir poco sospetta» la tempistica delle parole di Marchionne, piombate in Italia proprio alla fine del discorso di Berlusconi a Montecitorio.

Come considera «tutt’altro che casuale» la coincidenza del giorno più nero per Piazza Affari con quello successivo all’informativa del capo dell’esecutivo in Parlamento.