Detto in linguaggio normale sul totale degli SPREAD sul debito, attualmento a quota 400, 200 li paghiamo per colpa sua. In parole concrete, ogni miliardo di debito rinnovato i compratori ci chiedono 20 milioni di interessi in più (il 2 %) che non pagheremmo se a capo della baracca ci fosse qualcuno più affidabile.

Negli ambienti del Fmi, tra banchieri ed economisti, circola informalmente da un mese persino una stima del “fattore Berlusconi”: la sua permanenza al governo costa in più all’Italia in crisi almeno duecento punti di spread con i bund.
Non era una voce dal sen fuggita quella di Tremonti su Zapatero, apprezzato per l’annuncio di un passo indietro di elezioni: così è sceso lo spread dei bonos che oggi godono di migliore salute dei Btp rimasti sulla graticola insieme a Berlusconi. Del resto il differenziale Btp-bund, iniziato a crescere a gennaio 2006 per l’incertezza della competition Prodi-Berlusconi, s’è imbizzarrito nel 2009 (anno dell’inizio degli scandali sessuali di Berlusconi) e non ha più rallentato la sua corsa: con un salto a luglio 2011 (quota 224), di fronte a un governo ormai in evidente panne, fino alla rovinosa quota di ieri.
Una corsa che non si arresta: come avvenne all’epoca di Tangentopoli, nel 1992, quando si raggiunse quota 769 punti. Poi il vento girò e il differenziale – che, sotto sotto, è una sorta di “sensore politico” – scese a zero. Ove si dimostra che la politica c’azzeccava assai più dell’economia .